La lezione di Sturzo sul capitalismo

Sturz Nei primi anni del Dopoguerra, quando l’Italia si trovò a dover ripartire da zero dal profilo istituzionale, oltre che da quello economico e sociale, una pietra angolare della ricostruzione venne posta dall’azione e dal pensiero convergente di personalità sostanzialmente liberali quali Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi e Luigi Sturzo. Fu una scelta per l’Occidente e il libero mercato, una scelta premiata dagli elettori in quel 18 aprile del 1948 che segnò la svolta definitivamente democratica. Ma fu anche una scelta che venne gradualmente, ma sensibilmente compromessa dal prevalere dagli anni ’50 di una ideologia sociale che ebbe i suoi protagonisti in Giorgio la Pira, Giuseppe Dossetti e Amintore Fanfani.

Le analisi di Einaudi nelle sue “Prediche inutili”, come chiamava i suoi interventi sul Corriere della Sera, sembrano quasi marciare in parallelo con i forti richiami contro lo statalismo e per la salvaguardia della libera iniziativa e della proprietà privata lanciati da Luigi Sturzo, richiami peraltro che sembravano sempre più cadere nel vuoto nel mondo politico di allora.

Letti nella prospettiva della storia quegli interventi del sacerdote siciliano, ora riuniti in un volume curato da Giovanni Palladino per iniziativa di Guido Roberto Vitale, appaiono amaramente profetici per la loro capacità di prevedere i rischi che le scelte politiche di allora avrebbero avuto: il forte intervento dello Stato nell’economia, l’aumento del debito pubblico e della pressione fiscale, l’estensione del lavoro nero, l’allargarsi della corruzione. “Il dirigismo governativo, scrive Sturzo nel ’51, fatto da burocrazie mal preparate e da politicanti incompetenti ha impacciato lo sviluppo della nostra economia”.

Ma Sturzo non combatte lo statalismo unicamente per quella che considera una ineliminabile inefficienza economica, ma appoggia le sue tesi sulla forza morale della dottrina cristiana perché ritiene che sia la politica, sia l’economia, così come altra disciplina che affronti i rapporti tra l’uomo e la società, debbano derivare la loro giustificazione dai principi etici e di giustizia che hanno nel Vangelo la loro più alta espressione.

Con quella che Vitale chiama “l’ingenuità tipica degli onesti” Sturzo traccia con metodica determinazione l’elogio della libertà d’impresa, in fondo di un capitalismo da cui la predicazione della Chiesa prendeva invece regolarmente le distanze. E dimostra di avere una fiducia incrollabile nella capacità dell’uomo di esprimere solo in una dimensione di libertà tutte le proprie potenzialità costruttive. E così sottolinea, nel profondo rispetto delle istituzioni, delle regole, delle necessarie strutture pubbliche, che è solo la libera espressione delle persone che può garantire l’efficienza del sistema economico e quindi anche le risorse per la necessaria giustizia redistributiva. In una logica di sussidiarietà, una parola che solo negli ultimi anni è approdata, se non nella prassi, almeno nel vocabolario politico.

Luigi Sturzo, Il pensiero economico, Ed Il Sole 24 Ore, pagg. 240 , € 22

 

Pubblicato il 12 novembre sul Sole 24 ore