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Anche l’avarizia può essere una virtù

Avarizia
Si potrebbe citare Woody Allen: “Se il denaro non da la felicità…figuriamoci la miseria”. Oppure ricordare la Favola delle api di Bernard de Mandeville che all’inizio del Settecento offrì l’esempio più esplicito e in qualche modo provocatorio di come i vizi privati possono diventare pubblici benefici: la storia dell’alveare, dove grazie al loro egocentrismo le api vivono nell’abbondanza, è diventata quasi una pietra miliare per spiegare le dinamiche tra economia e società.
Il rapporto tra l’uomo e il denaro costituisce infatti uno dei temi di fondo dell’intera storia dell’economia e l’interesse personale viene considerato nella teoria classica il motore fondamentale della dinamica economica. Ma, come è stato più volte sottolineato analizzando la crisi degli ultimi mesi è proprio nella cupidigia e nella bramosia che si possono rintracciare gli elementi di fondo che hanno portato al progressivo allontanamento delle attività finanziarie dall’economia reale e al formarsi inesorabile di una bolla speculativa dalla conseguenze drammatiche. Con una progressione sempre più illusoria cercando di dare sostanza all’ambizione di creare i soldi con i soldi e separando sempre più la ricchezza dal lavoro.



Ma a che punto il desiderio, legittimo, di guadagnare si può trasformare in patologia e a che livello la volontà di accumulare si trasforma in avarizia? La risposta è nell’analisi di Stefano Zamagni, ("Avarizia, la passione dell’avere") un’analisi che tracciando la storia economica dei rapporti tra l’uomo e il denaro, sottolinea con efficacia come il comune sentire da una parte e le scienze sociali dall’altra siano costantemente oscillati nel corso della storia in un’altalena tra vizio e virtù, tra pericolo sociale ed elemento di prosperità, tra il denaro come “sterco del diavolo” e denaro come strumento per facilitare gli scambi e la produzione.
Ma la strategia di questo libro è quella di parlare dell’avarizia per esaltare una virtù che apparentemente è diametralmente opposta: quella della gratuità e del dono. “I beni non condivisi – scrive Zamagni – sono sempre vie di infelicità, persino in un mondo opulento. Il denaro tenuto stretto, come geloso possesso, in realtà impoverisce il suo possessore perché lo spoglia della capacità di dono”.
Il dono diventa così un elemento determinante per consolidare quel sistema di relazioni che può offrire una risposta sia al bisogno di felicità dell’uomo, sia parallelamente alle più v

Si potrebbe citare Woody Allen: “Se il denaro non da la felicità…figuriamoci la miseria”. Oppure ricordare la Favola delle api di Bernard de Mandeville che all’inizio del Settecento offrì l’esempio più esplicito e in qualche modo provocatorio di come i vizi privati possono diventare pubblici benefici: la storia dell’alveare, dove grazie al loro egocentrismo le api vivono nell’abbondanza, è diventata quasi una pietra miliare per spiegare le dinamiche tra economia e società.
Il rapporto tra l’uomo e il denaro costituisce infatti uno dei temi di fondo dell’intera storia dell’economia e l’interesse personale viene considerato nella teoria classica il motore fondamentale della dinamica economica. Ma, come è stato più volte sottolineato analizzando la crisi degli ultimi mesi è proprio nella cupidigia e nella bramosia che si possono rintracciare gli elementi di fondo che hanno portato al progressivo allontanamento delle attività finanziarie dall’economia reale e al formarsi inesorabile di una bolla speculativa dalla conseguenze drammatiche. Con una progressione sempre più illusoria cercando di dare sostanza all’ambizione di creare i soldi con i soldi e separando sempre più la ricchezza dal lavoro.
Ma a che punto il desiderio, legittimo, di guadagnare si può trasformare in patologia e a che livello la volontà di accumulare si trasforma in avarizia? La risposta è nell’analisi di Stefano Zamagni, ("Avarizia, la passione dell’avere") un’analisi che tracciando la storia economica dei rapporti tra l’uomo e il denaro, sottolinea con efficacia come il comune sentire da una parte e le scienze sociali dall’altra siano costantemente oscillati nel corso della storia in un’altalena tra vizio e virtù, tra pericolo sociale ed elemento di prosperità, tra il denaro come “sterco del diavolo” e denaro come strumento per facilitare gli scambi e la produzione.
Ma la strategia di questo libro è quella di parlare dell’avarizia per esaltare una virtù che apparentemente è diametralmente opposta: quella della gratuità e del dono. “I beni non condivisi – scrive Zamagni – sono sempre vie di infelicità, persino in un mondo opulento. Il denaro tenuto stretto, come geloso possesso, in realtà impoverisce il suo possessore perché lo spoglia della capacità di dono”.
Il dono diventa così un elemento determinante per consolidare quel sistema di relazioni che può offrire una risposta sia al bisogno di felicità dell’uomo, sia parallelamente alle più vaste esigenze di giustizia e solidarietà sociale. La prospettiva diventa così quella di un’economia fondata non sul denaro, ma proprio sulle relazioni perché solo nelle relazioni ogni persona può trovare la propria identità. E non è un caso che il libro si concluda ricordando il Canto di Natale di Charles Dickens dove Ebeneezer Scrogge prima rimprovera Dio per il riposo domenicale che intralcia i commerci e poi riscopre il senso della felicità distribuendo il denaro accumulato nel corso di una vita guidata dalla più profonda avarizia e ringraziando con riconoscenza quanti lo accettano.
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Stefano Zamagni, Avarizia, ed. Il Mulino, pagg. 144, € 12
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Pubblicato il 19 novembre sul Sole 24 Ore