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Quella radicale condanna della burocrazia

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Scritto nel 1944 il libro di Ludwig von Mises, Burocrazia, esce solo ora in italiano con un’illuminante prefazione di Lorenzo Infantino in cui si ricorda come anche la maggiore opera dell’economista austriaco, Socialismo, dovette attendere quasi 70 anni, dal 1922 al 1990, per comparire in edizione italiana.

Una ragione di questi ritardi sicuramente c’è e si può rintracciare nel fatto che le opere di Mises (nella foto) sono profondamente scomode, si potrebbe dire, "politicamente scorrette" secondo quel pensiero comune che vede nella politica l’arte del compromesso e nel potere dello Stato una necessità per cui pagare un prezzo all’inefficienza e in qualche caso anche alla corruzione. Ma questo testo dovrebbe essere letto da tutti per tornare ai fondamentali dell’economia e delle scienze sociali e per riprendere in mano le categorie di giudizio sui meccanismi statali. Magari con un’eccezione: sarebbe meglio evitare di farlo leggere al ministro della funzione pubblica, Renato Brunetta: e vedremo perché.


Mises ha il grande pregio di portare sul piano della politica e dell’economia quelle analisi che Max Weber aveva tracciato, nel libro Economia e società, vent’anni prima sul fronte strettamente sociologico e che avevano quasi dato alla burocrazia una patente non solo di efficienza, ma anche di superiorità: perché, per Weber la precisa definizione dei diritti e dei doveri garantisce una maggiore rapidità di risposta, il ricorso a regole scritte obbliga alla precisione e all’uniformità, la divisione del lavoro permette la specializzazione. L’apparato amministrativo diventa così l’espressione più efficace di quel potere legale che Weber considerava superiore alle altre due forme di potere, quello tradizionale e quello carismatico, che erano propri delle società più arretrate o autoritarie.

La contestazione di Mises a queste tesi è radicale. La burocrazia non può essere efficiente perché non contemplando le categorie del prezzo e del profitto non ha alcun modo di valutare l’economicità delle sue prestazioni. In più la burocrazia è pericolosa perché tende ad espandersi e ad autolegittimarsi sottraendo sempre più risorse al sistema produttivo. «In tutti i Paesi, scrive Mises, la legislazione fiscale è oggi concepita come se lo scopo principale delle imposte debba essere quello di rendere impossibile l’accumulazione di nuovo capitale e i progressi che ne possono derivare. Queste politiche hanno come esito quello di legare le mani agli innovatori». Grande fautore dello Stato minimo von Mises mette così in guardia dalle tentazioni di uno statalismo che non può che frenare la crescita sociale. E allo stesso modo considera inevitabile, come poi avvenuto, il crollo delle esperienze politiche fondate sull’abolizione della proprietà privata.

Ma perché il ministro Brunetta non dovrebbe leggere queste pagine? Semplicemente perché Mises è profondamente pessimista sulla possibilità di migliorare e rendere più efficiente la burocrazia. Ma trovando le forme per premiare il merito e l’utilità sociale è forse opportuno lasciare qualche speranza ai ministri che operano per rendere anche la pubblica amministrazione un po’ meno pletorica e dannosa.

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Ludwig von Mises, Burocrazia, Ed. Rubbettino, pagg. 186, € 14

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Pubblicato il 5 novembre sul Sole 24 Ore

  • Vincenzo F. Russo |

    L’analisi di Von Mises è giustificata dal fatto che a Est come ad Ovest l’autore osservava lo Stato leviatano e totalitario: il nazifascismo da un lato e il comunismo dei Soviet dall’altro. In uno Stato democratico con governo leggero la burocrazia è bene pubblico ineliminabile. Senza di essa non si producono altri fondamentali beni pubblici. Essa applica giorno per giorno la legge e per questo motivo é bene che lo faccia in autonomia e indipendenza sotto il controllo del Parlamento oltre che della Corte dei Conti. Tutto il resto è ideologia o polemica.

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