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Bobbio e Sartori secondo Pasquino (in difesa della vera democrazia)

“Dobbiamo sperare nel risveglio della società civile e in una forte protesta corale, anche e soprattutto da parte dei media”. E ancora “In Italia purtroppo la stampa non sa dare battaglia, la tv è tradizionalmente sottomessa alla politica e l’opinione pubblica non è abbastanza autonoma”. Lo diceva Giovanni Sartori vent’anni fa a proposito delle ipotesi di riforma costituzionale, ma appaiono parole che potrebbero essere straordinariamente adeguate anche alla situazione attuale.
Sartori, scomparso nel 2017, è stato uno dei maggiori esponenti di quella che potremmo chiamare la scuola italiana di scienza politica. Convinto assertore dell’importanza di un impianto istituzionale coerente perché la democrazia possa essere il più possibile effettiva e reale. Una scuola a cui faceva parte, ancor prima, un altro grande esponente di una visione della politica come dimensione insieme sociale e filosofica, Norberto Bobbio, scomparso nel 2004.


Sartori e Bobbio hanno tanti meriti, soprattutto per essersi prodigati nel secolo scorso per far prevalere le ragioni della politica come scienza sulle pretese di una politica incentrata sulla conquista e la gestione del potere. Hanno anche avuto il merito di essere stati maestri di alcuni “discepoli”, purtroppo pochi dato che uno era a Firenze e l’altro a Torino, che hanno cercato di seguire le loro convinzioni e soprattutto la loro metodologia di studio e di analisi. Tra questi va annoverato sicuramente Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza della politica all’università di Bologna, che ha voluto rendere omaggio ai due grandi maestri raccogliendo in un libro (“Bobbio e Sartori, capire e cambiare la politica”, Bocconi editore, pagg. 220, € 24) due biografie strettamente intrecciate con la sua diretta esperienza. “La mia non cancellabile gratitudine – scrive Pasquino – discende naturalmente da quello che ho variamente imparato, in tempi e in modi diversi, da entrambi: uno stile di studio e di apprendimento che non avrei trovato con nessun altro professore in nessun luogo. Molta fortuna, ma anche un po’ di virtù.” E questo perché “i loro scritti contengono insegnamenti di metodo e di sostanza tuttora indispensabili per comprendere il mondo della politica, per orientarvisi, per cercare di cambiarlo”.
Proprio da questa prospettiva nasce l’interesse per una scienza politica che abbia l’ambizione di essere realistica e costruttiva. Partendo dalla realtà e costruendo un percorso che passa attraverso un rigoroso metodo di analisi e arriva a costruire modelli sociali insieme coerenti e dinamici.
Al tema della democrazia sia Bobbio che Sartori hanno così dedicato gran parte delle loro fatiche e, sul piano dei risultati concreti, delle loro delusioni. Perché nella realtà italiana, soprattutto tra i protagonisti della politica, è emersa ed è sempre più cresciuta un’ostilità non solo verso i metodi di analisi considerati troppo invadenti, ma anche verso una difesa delle istituzioni quali elementi fondamentali per rispondere alle esigenze di una logica democratica. Da questo in Bobbio e Sartori nasce la difesa della rappresentanza, da questo il richiamo alla responsabilità e la preoccupazione per le derive populiste e plebiscitarie. E in una società sempre più complessa come l’attuale la pretesa di risolvere i nodi della politica con un sì o con un no, con uno slogan, con un illusorio richiamo alla partecipazione diretta suonano come una sconfitta di un vero e solido concetto di democrazia. Sembrano così dimenticati i buoni principi della scienza politica, quella scienza politica che onorevolmente Pasquino difende ancora, ma che sembra soffocata dal frastuono della polemica e dalle affermazioni apodittiche quanto velleitarie del “nuovo” al potere.