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Il passo falso delle teorie economiche

Vitale
Per l’Europa è stata sicuramente una doccia fredda. Dopo mesi passati ad accusare gli Stati Uniti, e la loro corsa sfrenata ad accumulare debiti pubblici e privati, il Vecchio continente ha dovuto drammaticamente accorgersi che anche in molti paesi dell’euro il fuoco covava sotto la cenere. Allo stesso modo dopo aver cercato di teorizzare le vie migliori per l’exit strategy si è dovuto malinconicamente prendere atto che il problema maggiore non era tanto quello di uscire dalla crisi quanto di evitare una crisi successiva. Che infatti è puntualmente arrivata.

E’ forse il momento di dire che le teorie economiche si sono trovate praticamente disarmate di fronte all’incalzare dell’instabilità. Anche perché più che di fallimento del mercato ci si è trovati di fronte alla sconfitta senza appello di chi pensava di ingabbiare l’evoluzione dell’economia nella fredda logica dei modelli quantitativi e delle aspettativa razionali.

Lo sottolinea con la sua tradizionale efficacia Marco Vitale nel suo ultimo saggio: Passaggio al futuro. “Gli economisti, scrive Vitale, sono andati fuori strada perché hanno confuso la bellezza matematica con la verità economica”.

La grande tentazione in cui è caduta gran parte della scienza economica negli ultimi decenni è stata proprio questa: la pretesa di far coincidere le scelte delle persone, così come le politiche dei governi e delle banche centrali, dalle basi quantitative della moneta e dai rapporti automatici tra la domanda e l’offerta. Per poi accorgersi che le scelte sono libere, arbitrarie e soggettive, soggette più alle emozioni che alla fredda razionalità. E che le politiche diventano puntualmente inefficaci se non riescono a coltivare il vero motore dell’economia, che non è il denaro, ma la fiducia.

E’ indispensabile, avverte Vitale, “cambiare alcune concezioni di fondo dell’economia e del management”. Abbandonare il pensiero unico del Pil come parametro di giudizio dell’andamento dell’economia e rinunciare al principio secondo cui il management deve creare valore solo per gli azionisti e ritornare al modello della crescita complessiva dell’impresa all’interno della società.

Il richiamo più forte diventa così quello a dare alla parola “valore” il suo significato originario: non solo quello di ricchezza, in molti casi solo virtuale, ma anche e soprattutto quello che delinea l'insieme degli elementi e delle qualità morali e intellettuali che sono generalmente considerati il fondamento positivo della persona e della società. In una visione in cui l’economia non è un gioco a somma zero, ma la capacità di creare valore aggiunto insieme alla gestione corretta, al rispetto delle persone e dell’ambiente.

Solo così la crisi può diventare opportunità. Ma con una rivoluzione culturale. Per esempio abbandonando il sogno che si possano affrontare i problemi italiani continuando a parlare di grandi riforme. La strada, certamente più difficile, è quella di risolvere i problemi.

Marco Vitale, “Passaggi al futuro”, Ed. Egea, pagg.260, € 22

Pubblicato il 20 maggio sul Sole 24 Ore

  • nino caruso |

    per prima cosa dobbiamo iniziare a stravolgere il significato di economia .
    si,è l’uso razionale delle risorse,ma tutte le risorse sono finite,quindi dobbamo
    iniziare a capire che qualsiasi modello di teoria economica finora usata dall’umanità ha un tramonto,poichè è basata sullo sfruttamento del simile e dell’ambiente.
    l’unico modello economico che tutti abbiamo scartato,e per primo la chiesa, è quello detto e dimostrato da gesù cristo.
    facciamo del pianeta,la volontà di dio,il paradiso,(prima e vera legge) tutto il resto è conseguenza.
    Vedo l’articolo 1 della costituzione di chila pensa come me, così:la terra è una repubblica basata sull’amore verso chi l’ha creata e chi ci vive .
    il lavoro è il predicato verbale dell’amore, e così via…
    non so che fine farà questo mio messaggio,ma se c’è qualcuno che è d’accordo,mi metteri a discuterne.
    un mondo di bene.

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