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Perchè non basta dire etica

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Il concetto di “bene comune”  fa parte, potremmo dire per tradizione, più delle categorie morali che di quelle economiche. Lo ha dimostrato nei giorni scorsi la figura di Sant’Agostino, riportata di attualità con uno sceneggiato televisivo in cui, peraltro, più che l’impostazione filosofica hanno avuto spazio le ricostruzioni storiche e personali. L’Agostino della Città di Dio è comunque colui che ha proposto la dimensione religiosa come elemento fondamentale della costruzione di un positivo ordine sociale: ed è anche per questo che il “bene comune” viene il più delle volte letto più nella prospettiva della solidarietà che non in quella, tipicamente aziendale, dell’efficienza.

Può quindi sorprendere che un libro che parli di impresa moderna non solo abbia come titolo “Contro l’azienda etica”, travolgendo decenni di teorie managerialmente corrette, ma abbia anche il coraggio di indicare nel sottotitolo “Per il bene comune”.

Il libro è di Carlo De Matteo ed ha tra i suoi maggiori motivi di interesse una conversazione finale dell’autore con Marco Boglione, imprenditore, patron di BasicNet, conosciuto anche per uno dei suoi marchi più famosi come “mister RobediKappa” e che peraltro di questo libro è anche l’editore.  Ebbene Boglione si può permettersi il lusso, sulla base dell’esperienza di un’azienda di successo, di ribaltare uno dei capisaldi dell’economia classica: il fatto, teorizzato da Adam Smith, che la mano invisibile del mercato faccia sviluppare l’interesse collettivo grazie al perseguimento degli interessi individuali.

“Bisognerebbe trovare il modo, afferma Boglione , di mettere al centro l’interesse collettivo come causa dell’interesse individuale perché l’individuo ha maggiore consapevolezza della sua individualità quando è capace di mettersi a sistema, di organizzarsi”. Ma non si tratta di introdurre schemi nuovi nelle strategie manageriali e nemmeno di elaborare strategie programmabili a tavolino. E questo perché, sottolinea De Matteo, l’azienda non può avere una visione etica propria, una visione che possa prescindere dall’essere “una comunità di persone che secondo ruoli, responsabilità e legittimi interessi, ne esprimono dinamicamente i fini, l’organizzazione, la struttura e, di conseguenza, la cultura”.

Ecco allora la provocazione: l’impresa, e con essa il sistema economico, possono recuperare efficienza e competitività se sanno integrare le motivazioni con le competenze, la responsabilità con le regole, la visione con l’analisi di mercato. Soprattutto in una fase come l’attuale il messaggio è quello di non illudersi che bastino codici etici e principi di governance per ridare insieme efficienza e trasparenza. La via d’uscita è in quella dimensione che, nei fatti, gli imprenditori italiani hanno in gran parte seguito anche senza teorizzarla: “perseguire il bene comune è il modo migliore per assicurarsi, nel tempo, la soddisfazione degli interessi individuali”. Magari realizzando il paradosso di quella concorrenza cooperativa che è stata alla base dell’anomali positiva dei distretti industriali.

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Carlo De Matteo, Contro l’azienda etica, Basic Edizioni, pagg. 90, € 8

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Pubblicato sul Sole 24 Ore il 4 febbraio 2008