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Il futuro nell’innovazione

Piol
Può sembrare un paradosso, ma il futuro è l’unica realtà che possediamo. Il passato non ci appartiene più e anche il presente, dicono i filosofi, è perennemente in bilico tra passato e futuro, tra la memoria e la volontà. È quindi significativo che Elserino Piol dall’alto dei suoi 77 anni con quasi sessant’anni di esperienza nel mondo dell’innovazione (è entrato in Olivetti nel novembre del 1952) metta in primo piano e con grande forza la strategia del cambiamento per far tornare l’Italia ad essere protagonista del proprio futuro. Il cambiamento in tutte le sue dimensioni diviene ancora più importante soprattutto in una fase come questa in cui le economie industrializzate si trovano a dover affrontare la prima, vera crisi globale, una crisi in cui si parla sempre più spesso di “nuovi modelli di sviluppo”, ma in cui molto concretamente, gli spazi di crescita dovranno essere trovati in un contesto competitivo molto forte e particolarmente contrastato.
E sarà sempre più vera l’indicazione di Joseph Schumpeter secondo cui «nella realtà del sistema capitalista non è la concorrenza di prezzo che conta, ma la concorrenza da parte di nuovi beni, nuove tecnologie, nuove fonti di offerta, nuovi tipi di organizzazione: una concorrenza alle fondamenta delle loro possibilità di vita».


Il problema di fondo, soprattutto per la politica italiana, resta tuttavia il passare dagli slogan rituali alla concretezza delle scelte da compiere, dall’analisi largamente condivisa delle occasioni perdute alla ricerca di strade concrete per valorizzare i talenti esistenti. «L’Italia, scrive Piol, dispone di competenze tecniche e ingegneristiche altamente qualificate e relativamente meno costose che in altre realtà industriali»: ma, dobbiamo aggiungere, ha regolarmente perso negli ultimi decenni gli appuntamenti con le successive ondate di innovazione restano ai margini nelle sfide dei computer prima, della telefonia poi, delle reti e di internet da ultimo. Con piccoli centri di eccellenza, con produzioni di nicchia in cui le imprese italiane hanno raggiunto una leadership mondiale, ma che si confrontano con una disarmante e diffusa realtà di scarsi finanziamenti, di fuga dei cervelli all’estero, di produzioni tradizionali ad alta intensità di lavoro.
Il problema di fondo è allora il convogliare le politiche, i capitali e le risorse umane verso le stesso obiettivo perché «è necessaria la capacità di far nascere attorno alle idee innovative veicoli capaci di portare queste idee al mercato». Il nodo della disponibilità di capitali può diventare il punto di svolta. Un nodo delicato soprattutto ora che l’ingegneria finanziaria e l’uso spregiudicato di derivati e scatole cinesi hanno messo in pessima luce i finanziamenti a rischio. Ma un sano “venture capital” può essere la soluzione ad entrambi i problemi: quelli di una finanza che deve riconciliarsi con il mercato e quelli di un’industria che ha un bisogno vitale di trovare nuove strade di crescita. Nell’innovazione, naturalmente.

Elserino Piol, Per non perdere il futuro, Ed. Guerini E ass., pagg. 190, € 18,50

Pubblicato il 29 gennaio sul Sole 24 Ore