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Riflessioni/Etica e comunicazione

Il sistema dell’informazione è interessato da una rivoluzione che ha già mutato le basi stesse su cui tradizionalmente si appoggiava il cosiddetto mondo dei media. Il dato di fondo è che l’impatto delle nuove tecnologie ha in pratica “destrutturato” l’insieme del sistema informativo con l’ingresso sostanzialmente incontrollato (anche perché praticamente incontrollabile) di un modello “orizzontale” che ha in internet il suo maggiore strumento applicativo.

Sintesi dell’intervento al Convegno "Quale etica nella società e nell’impresa globale" organizzato l’11 aprile dai Giovani imprenditori di Brescia

Fino a pochi anni fa il sistema informativo era infatti basato sulla gerarchia delle fonti e sulla competenza degli addetti ai lavori: in pratica i meccanismi informativi erano controllati da operatori professionali, per esempio i giornalisti, attraverso strumenti che rispondevano a complesse procedure produttive e di diffusione.  Con in più il fatto che le barriere economiche all’accesso erano molto alte: realizzare un quotidiano così come avviare un’attività radiofonica o televisiva richiedeva (così come richiede) rilevanti impegni finanziari.

Internet ha iniziato a cambiare le regole del gioco. Il flusso informativo che passava attraverso professionalità e strumenti dedicati si è allargato attraverso la rete informatica in cui i costi di accesso sono infinitamente bassi, la professionalità richiesta è elementare e comunque non è controllata, la possibilità di comunicare è praticamente infinita.

Siamo all’inizio di una rivoluzione che comunque ha già iniziato a provocare i suoi effetti. Mentre nel recente passato l’informazione era scarsa, costosa, lenta, controllata e difficilmente confrontabile e quindi talvolta falsa e soggetta a interessi particolari, ora guardando al futuro si ha di fronte, almeno potenzialmente, un’informazione molto ampia, praticamente a costo zero, quasi istantanea come diffusione, incontrollata e incontrollabile (tranne che nei regimi polizieschi), tuttavia e forse più spesso falsa e soggetta a interessi particolari.

I mezzi tradizionali (giornali e radio-tv) sono direttamente intaccati da questi cambiamenti e cercano, magari a piccoli passi, di difendersi, di restare alternativi, di offrire garanzie di popolarità o di professionalità.

Siamo ovviamente all’inizio di una rivoluzione ed è certamente temerario pensare di fare previsioni sul futuro. C’è chi ha affermato che entro dieci anni non ci saranno più i quotidiani su carta: probabilmente è una previsione eccessiva, ma quello che è certo è che un cambiamento, anche sensibile, ci sarà anche se è tutto ancora da vedere con che velocità si attuerà.

In questa prospettiva tuttavia si può già ora notare come una delle risposte del sistema dell’informazione sia la ricerca della popolarità abbassando i parametri di riferimento: non solo sul piano della qualità e dell’approfondimento, ma anche dell’etica.

C’è un aspetto particolare che mi sembra importante mettere in luce. Secondo il tradizionale concetto di “etica dell’informazione” i metri di giudizio stanno nella correttezza, nella trasparenza rispetto ai conflitti di interesse, nel rispetto della libertà di espressione e di critica. Tutte categorie filosofiche sicuramente adeguate e che dovrebbero essere esaminate con attenzione e puntualità.

C’è tuttavia un nuovo e più sottile modo con cui l’informazione entra in conflitto con l’etica soprattutto a livello di informazione televisiva (ma non solo). Nella corsa affannosa all’audience e quindi nella difesa degli indici di ascolto si tende sempre di più a rompere il diaframma che separa l’informazione dallo spettacolo e quindi la realtà dalla finzione.

Nasce da questo uno spirito sottile: il sempre più diffuso compiacimento per quella che potremmo chiamare la “notizia cattiva”. C’è una malcelata soddisfazione nel parlare di fatti di sangue, di drammi familiari, di sfruttamento dei minori, di violenza pubblica o privata. C’è una diffusa ricerca nell’abbassare la qualità dell’informazione, nel ragionare per luoghi comuni, nel parlare d’altro rispetto ai problemi più veri delle persone. E’ l’illusione che lo spettacolo salvi l’informazione.

E l’etica resta, al massimo, un’etichetta.