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Elezioni/ Abolire le province

La campagna elettorale è praticamente iniziata. Alla grande battaglia sui candidati si affianca quella sui programmi. Tra i temi sul tappeto che sembrano accomunare i vari schieramenti in primo piano ci sono le promesse per ridurre la spesa pubblica, anche se le misure concrete restano sostanzialmente vaghe e generiche (ovviamente per paura di scontentare qualcuno). Come promemoria di una possibile riforma vi ripropongo l’articolo che ho scritto per il Sole-24 agosto nell’agosto del 2006: Trovare il coraggio di abolire le province. Un tema che talvolta torna nei dibattiti elettorali e che è stato riproposto da Antonio Di Pietro e Pierferdinando Casini.

Dal Sole-24 Ore del 6 agosto 2006

RIFORME

Trovare il coraggio di abolire le Province
di Gianfranco Fabi
Coraggio. Se veramente si vuole modernizzare l’Italia non bastano i piccoli passi sulla strada dell’efficienza, non è sufficiente (anche se è molto utile) rendere effettiva la concorrenza e più aperto il mercato. In uno Stato in cui è molto facile aggiungere e sovrapporre appare encomiabile e degno di passare alla storia chi riesce ad abolire qualcosa. E così saremo eternamente grati a Vincenzo Visco che sarà pur responsabile delle ultime complicazioni fiscali, ma almeno quando ebbe la responsabilità dell’allora ministero delle Finanze riuscì ad abolire il bollo sulla patente. Ora si tratterebbe di mettere a punto un progetto un po’ più complesso, ma ancora più meritorio: quello di abolire le Province.
Certo, l’idea non è nuova. Ogni tanto torna a galla e viene riproposta, ma viene immediatamente e puntualmente impallinata dal convergente interesse di una classe politica preoccupata di non turbare gli equilibri acquisiti e di non rinunciare a una pur piccola fetta di potere.
Eppure le Province, nella loro dimensione di organo elettivo e di rappresentanza politica, non hanno più ragione d’essere nell’attuale evoluzione costituzionale. Avrebbero dovuto essere abolite quando sono state istituite le Regioni e invece non solo sono rimaste intatte, ma sono addirittura aumentate di numero e nuovi progetti di legge istitutivi sono all’esame del Parlamento.
Sui libri di scuola degli anni 60 le Province erano 92. Poi nel 1968 arrivò Pordenone, nel 1970 Isernia, nel 1974 Oristano. Nel 1992 se ne sono aggiunte ben otto: Verbano-Cusio-Ossola, Biella, Lecco, Lodi, Rimini, Prato, Crotone, Vibo Valentia. Nel 2001 la Sardegna crea quattro province divenute operative nel 2005, Olbia-Tempio, Ogliastra, Medio Campidano e Carbonia-Iglesias.
Nel 2004 è stato dato il via libera a Monza e Brianza, Fermo e Barletta-Andria–Trani (tre capoluoghi per una sola piccola realtà, un record). È arrivato così a 110 il numero complessivo delle Province italiane (tenendo conto anche della Valle d’Aosta dove tuttavia Provincia e Regione coincidono). E intanto bussano al Parlamento decine di disegni di legge per istituirne altre.
Da Busto Arsizio alla Val Camonica, da Sala Consilina all’Arcipelago campano, dalla Versilia al Tigullio, la Provincia rischia di diventare come «un sigaro toscano e un titolo da cavaliere», che, diceva Giolitti, non si negano a nessuno.
Eppure ci sono mille ragioni per abolire le Province e quindi automaticamente impedire che ne nascano di nuove. Sono, tra l’altro, una dimensione politica che non ha paragoni in nessun altro Paese simile all’Italia. In Francia i Dipartimenti hanno dimensione analoga, ma al di sopra c’è poi solo lo Stato. E in Germania non c’è nulla tra i Comuni e i Länder. In Gran Bretagna ci sono le Contee, ma hanno carattere tecnico-amministrativo e non politico. Negli Stati Uniti avviene lo stesso e nella maggior parte dei casi le contee sono una linea sulla carta geografica oppure individuano le competenze giudiziarie o di polizia: non a caso l’autorità più importante è lo sceriffo.
Ma che competenze hanno le Province italiane? Molte, complesse e indispensabili: dicono i difensori dell’Istituzione. Gestiscono gran parte della rete viaria (tranne le autostrade, a meno che non ne posseggano una quota), hanno responsabilità diretta sull’edilizia e gli arredi scolastici, promuovono i corsi di formazione professionale, gestiscono i centri per l’impiego, curano le iniziative per la difesa ambientale, esercitano i controlli antisismici. Tutte responsabilità importanti per la promozione e lo sviluppo del territorio e che nessuno vuole certo abolire. La domanda vera infatti è: c’è bisogno di un livello politico-rappresentativo per gestire queste competenze? Sono indispensabili un Consiglio provinciale, tanti assessori, un presidente e altrettanti uffici?
La risposta è puramente e semplicemente "no". Perché una buona manutenzione delle strade o i controlli antisismici non sono nè di destra nè di sinistra e una gestione coordinata e programmata di tutte le competenze provinciali può avvenire probabilmente meglio attraverso entità tecnico-operative che possono mantenere le attuali dimensioni, ma dipendenti "politicamente" dalle Regioni.
Non è solo un problema di costi. Gran parte del personale delle Province svolge un’opera utile e meritoria che dovrebbe continuare a svolgere sotto il cappello regionale (o, in qualche caso, municipale). Quello che va abolito è solo l’apparato politico: presidenti, assessori e cancellieri più il loro staff, le loro segreterie, i loro consulenti. Si risparmierebbero subito più di cento milioni di euro, come ha dimostrato domenica scorsa l’inchiesta del Sole-24 Ore sui costi della politica, e gli effetti positivi dei risparmi si moltiplicherebbero a catena.
Ma non è comunque l’entità della cifra la ragione maggiore per muoversi. Abolire la dimensione politica delle Province risponderebbe soprattutto alle esigenze di modernità, di superamento dello Stato napoleonico, di avvicinamento dei cittadini alla politica. Esaltando le competenze dei Comuni, la capacità delle Regioni e il coraggio dello Stato di fare una vera cura dimagrante senza ridurre, ma anzi migliorando, l’efficienza dei propri servizi.
Gianfranco Fabi
gianfabi@ilsole24ore.com
  • marco f. |

    Il problema è che siamo in Italia!
    Le Province sono state identificate come il molock da demolire.
    Perchè?
    Perchè è molto più facile lavarsi la coscienza spuntando l’iceberg piuttosto che mettere le mani dove in effetti gli sprechi non si contano.
    In effetti le Regioni, enti senza storia e lontane dai cittadini, sono l’esempio lampante degli sprechi.
    Consulenze, nomine, contributi e prebende varie non riescono a nascondere un impianto burocratico da far paura al buon Kafka.
    Però sono governate dai cosiddetti “Governatori”: mai termine fu peggio utilizzato di così.
    Chi di voi si è mai recato in Regione?
    A me, prima di cambiar lavoro, mai m’era capitato in 35 anni di vita.
    X Gabriele: ti faccio un esempio, dalle mie parti esiste un parco naturale, anzi due a dir la verità poichè il fiume che lo divide funge da confine tra due Regioni. Ebbene, i due parchi seguono ciascuno proprie leggi regionali di tutela della natura. Magari hanno anche norme differenti in materia di inquinamento luminoso o acustico. Ti sembra una cosa normale?
    Potremmo anche andare avanti con gli esempi se è per questo.
    Tu dici che la Costituzione attribuisce alle Regioni il potere legislativo. Vero, così come la Costituzione prevede l’esistenza delle Province. Però nulla è immutabile!
    Io, personalmente, al di la’ dell’Ente, identifico le mie radici nella Provincia in cui abito (ed abito in un capoluogo). L’entità regionale è quanto di più distante dal mio essere.

  • Giovanni |

    Ma qualcuno si riconosce nelle Regioni?
    Forse gli abitanti del Capoluogo!
    Le Regioni sono enti che emanano norme non necessarie (come se non fossero sufficienti quelle esistenti) e, al 70% del proprio bilancio, servono a gestire il carrozzone della Sanità.
    Per il resto delegano e controllano finanziamenti.
    Ecco, a che servono le Regioni, distanti dai Comuni e dai Cittadini.
    Forse molto meno distanti dai politici.
    Sarebbe necessario abolire altro, ad esempio Prefetture, Comunità Montane, ecc., oppure trasferire funzioni e personale dei Ministeri agli enti locali
    E provvedere infine ad un riassetto complessivo dell’architettura dello Stato, senza inutili sovrapposizioni.

  • Paolo |

    Credo che tutti gli italiani siano d’accordo…tranne ovviamente gli appartenenti all’apparato politico…Io quoterei l’abolizione delle province 1 a 25….che ne dite?

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