Ripresa o declino tra bugie e verità. Mai come in questi mesi la narrazione dello stato dell’economia italiana appare fortemente dipendente dagli occhiali ideologici con cui si interpretano numeri e circostanze.
Per la maggioranza al Governo viviamo (quasi) nel migliore dei mondi possibili: l’occupazione non è mai stata così alta, l’inflazione è sotto controllo, la sostenibilità del pur grande debito pubblico non è in discussione come dimostra lo spread ai minimi livelli.
Per i partiti all’opposizione l’economia italiana è sostanzialmente stagnante, i consumi sono fermi, i salari perdono potere d’acquisto, il disagio sociale è in forte crescita come dimostra la raffica di scioperi, soprattutto nel pubblico impiego, che bloccano regolarmente il Paese.
Il vero problema è che hanno ragione tutte e due le visioni, ma questo non toglie che le soluzioni che da una parte e dall’altra si prospettano sono il più delle volte sbagliate, spesso inutili e talvolta anche pericolose. Con il risultato che i veri problemi di fondo restano nascosti perché è troppo difficile, o impopolare, affrontarli con chiarezza ed efficacia.
Ripresa o declino tra bugie e verità. E’ vero, per esempio, che vengono creati molti posti di lavoro, ma il Pil non cresce così come non cresce la massa salariale. I nuovi posti sono a basso valore aggiunto, in settori marginali, con scarsa innovazione e produttività.
Un quadro efficace di questi apparenti paradossi lo si può trovare nel libro di Pietro Senaldi e Giorgio Merli “Sveglia! Le bugie che ci impoveriscono, le verità che ci arricchiscono” (Ed. Marsilio, pagg. 234, €18).
Senaldi, giornalista, vicedirettore del quotidiano Libero, affronta con Merli, docente universitario e consulente strategico di Governi e grandi imprese, un viaggio nella più recente storia dell’economia italiana sfatando molti miti e superando vecchi pregiudizi. Per esempio ricordando che i mali attuali sono strettamente collegati alle politiche del secolo scorso quando la competitività veniva difesa dalle continue svalutazioni, quando l’innovazione era ostacolata (pensiamo al blocco imposto all’Olivetti nello sviluppo delle tecnologie informatiche), quando i grandi gruppi non sono stati difesi e in molti casi si è preferito lasciarli cedere all’estero, come è stato il caso degli elettrodomestici.
Ai problemi ereditati dal passato si aggiungono ora quelli attuali. In primo piano il drammatico calo demografico che richiederebbe non solo più efficaci politiche per le famiglie, ma soprattutto nell’immediato una bene diversa politica dell’immigrazione, una politica che ora si basa solo sul controllo dei flussi e sul blocco dei clandestini. “Tra vent’anni – scrive Merli – gli adulti si troveranno a sostenere il doppio dei pensionati con metà dei lavoratori attivi. Nel breve e nel medio periodo l’unica soluzione è l’immigrazione: non basta accogliere bisogna sapere chi accogliamo e come lo inseriamo nel sistema.”
Con il paradosso, come sottolinea Senaldi, “che nel comparto industriale tre aziende su quattro dichiarano di non trovare personale e nel settore dei servizi due su tre. Tutto fa pensare che gli immigrati ci servano”.
Non c’è solo l’immigrazione, ci sono i temi delle politiche fiscali, delle infrastrutture, dell’efficienza della spesa pubblica. Ma cambiare marcia non è impossibile: “Abbiamo problemi cronici – scrive Merli – ma anche asset importanti da valorizzare: turismo, cultura, Made in Italy, artigianato, enogastronomia, un’identità forte e positiva in un mondo dove il brand e l’estetica contano sempre di più”. E le Olimpiadi di Milano-Cortina hanno sicuramente rafforzato queste immagini.