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La Bundesbank volta pagina (forse)

Tra i primi compiti del nuovo governo che tra qualche settimana si insedierà in Germania ci sarà la nomina del nuovo presidente della Banca centrale tedesca, quella Bundesbank, che nonostante sia ormai parte della Banca centrale europea, mantiene un ruolo di primo piano e una grande autorevolezza nel campo della politica economica e monetaria europea.
Giustificate ufficialmente da motivi personali le dimissioni dell’attuale presidente, Jes Weidmann, possono tuttavia essere spiegate da due elementi di fondo. Il primo è la perdita della maggioranza nelle ultime elezioni di fine settembre da parte del partito di Angela Merkel a cui Weidmann era particolarmente legato anche per essere stato per anni suo consulente economico. Il secondo è l’insoddisfazione per le politiche monetarie giudicate troppo accomodanti praticate negli ultimi anni dalla Bce, prima da Mario Draghi, poi da Christine Lagarde.
Se è ormai praticamente sicuro che il nuovo cancelliere sarà il capo della Spd, vincitore delle elezioni, Olaf Scholz, è ancora tutta da giocare la partita intrecciata tra socialdemocratici, liberali e verdi per gli importanti dicasteri economici e quindi anche per la Bundesbank. Con un compromesso che non sarà facile da raggiungere perché le visioni e gli obiettivi su molti punti sono divergenti. Con i liberali sostenitori dell’equilibrio di bilancio e contrari alle nuove tasse proposte dai Verdi e con questi ultimi impegnati a sostenere invece una forte spesa pubblica a favore delle politiche ambientali, e quindi nuove tasse, in una logica che hanno chiamato di economia di mercato sociale ed ecologista.
Il problema di fondo, tuttavia, è che non è più possibile misurare le scelte economiche e monetarie con i parametri che si usavano prima del grande collasso della pandemia. Le stesse competenze delle banche centrali sono messe alla prova di fronte non solo all’esigenza di rilancio dell’economia salvaguardando la stabilità dei prezzi, ma anche alle nuove priorità degli investimenti per la salvaguardia dell’ambiente.
C’è un importante passaggio nell’intervento del premier italiano, Mario Draghi, all’incontro di Glasgow sul clima. “I soldi ci sono – ha detto Draghi – e bisogna spenderli al meglio per pianeta.”
La potenza di fuoco delle banche centrali può essere collocata in questa prospettiva senza dimenticare il ruolo delle Banche multilaterali di sviluppo, come la Banca asiatica. Dieci tra queste banche hanno firmato alla Cop26 un accordo per finanziare nei Paesi in via di sviluppo progetti di sostenibilità per la riduzione dell’impatto climatico.
Anche le banche centrali, senza uscire dalle proprie competenze, devono quindi sentirsi responsabili