I due volti dell’Europa senza Londra

Tra pochi giorni, il 23 giugno, saranno quattro anni dal referendum popolare con cui i cittadini del Regno Unito hanno deciso, con una piccola maggioranza, di lasciare quell’Europa in cui erano entrati, peraltro senza troppa convinzione, nel 1973.
Ma dopo quattro anni di lunghe trattative, crisi di governo, elezioni anticipate appare ancora lontano un accordo che possa evitare il prossimo 31 dicembre quella che viene chiamata l’hard Brexit, un’uscita senza alcuna garanzia per completare un processo già iniziato a gennaio con l’abbandono di Londra di tutte le istituzioni comunitarie.


L’intesa che riguarda principalmente il mercato unico è indubbiamente diventata ancora più difficile perché l’emergenza pandemia ha radicalmente cambiato, purtroppo gravemente in peggio, le prospettive economiche sia dell’Europa, sia di una Gran Bretagna che ha dovuto subire in maniera molto pesante gli attacchi del Covit 19.
L’Unione europea di oggi non è infatti più quella di tre mesi fa. I tradizionali punti fermi sono stati completamente superati. Parliamo del patto di stabilità, che imponeva l’equilibrio dei conti pubblici e che è stato formalmente sospeso. Parliamo del divieto degli aiuti di Stato, istituito per evitare distorsioni della concorrenza e che è stato accantonato soprattutto per evitare il fallimento delle grandi compagnie aeree. Parliamo della politica della Banca centrale europea che ha finanziato la spesa pubblica dei singoli paesi acquistando a piene mani i titoli di Stato soprattutto di Italia e Spagna.
Ma soprattutto sono cambiate le prospettive dell’Europa con il varo, pur ancora tra molte difficoltà, del piano di interventi chiamato Next generation destinato per la prima volta a mettere in comune almeno in piccola parte i debiti per aiutare, anche con finanziamenti a fondo perduto, i paesi più in difficoltà.
Un progetto condiviso soprattutto da Francia e Germania, oltre che naturalmente dai paesi beneficiari come l’Italia, e che ha incontrato l’opposizione di Austria, Olanda, Danimarca e Svezia, piccoli paesi che rappresentano il 5% della popolazione europea, ma che tuttavia hanno un diritto di veto sulle decisioni comunitarie e che quindi probabilmente riusciranno a limitare la portata degli interventi.
Ma la strada sarebbe ancora più in salita se ci fosse ancora nei vertici europei una Gran Bretagna che ha sempre avuto un atteggiamento fortemente negativo verso ogni ipotesi che andasse al di là dell’unione doganale. Tanto che Londra si è tenuta stretta la sterlina e non ha mai nemmeno immaginato di partecipare alla moneta unica. Così come ha sempre bocciato le ipotesi anche limitate di condivisione fiscale, per esempio tassando in maniera uniforme le transazioni finanziarie o i colossi del web.
Sulla strada di una maggiore integrazione europea, comunque la si voglia giudicare, l’assenza della Gran Bretagna è quindi un grande ostacolo in meno. E la crisi economica è anche una spinta a favore di quell’uscita senza accordo che permetterebbe a Londra di creare un grande paradiso fiscale alle porte del vecchio continente, una prospettiva ovviamente incompatibile con i buoni rapporti di vicinato che potrebbero essere stabiliti da una nuova intesa.
Senza la Gran Bretagna quindi l’Unione europea avrà due volti: da una parte può quindi tentare la strada di una maggiore unità economica e fiscale e quindi di una maggiore compattezza e solidarietà, ma d’altra parte sarà comunque economicamente più debole in un mondo in cui dopo l’emergenza cambieranno inevitabilmente le prospettive della globalizzazione e in cui la battaglia per la ripresa economica sarà comunque difficile e complessa.

Commento trasmesso il 12/6 nella rubrica Plusvalore della Radio della Svizzera Italiana https://www.rsi.ch/play/radio/plusvalore/audio/i-due-volti-delleuropa-senza-londra?id=13129272