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La questione demografica dimenticata

 La questione demografica è la grande assente nei dibattiti in corso sulla crisi economica, sul ruolo dell’Europa, sulle politiche economiche dei singoli Paesi. Eppure proprio il calo della popolazione (pur compensato in parte dall’arrivo degli immigrati) e soprattutto il progressivo invecchiamento, per il positivo aumento della vita media e della speranza di vita, sono elementi che condizionano visibilmente la domanda di beni e servizi e quindi i consumi e quindi la produzione. Siamo di fronte ad un andamento reale a cui si contrappongono misure virtuali come la politica monetaria.

Ma quello di cui soffre un’economia come quella italiana non è tanto la mancanza di capitali, quanto la stagnazione se non il calo della domanda interna solo in piccola parte dovuto alle cosiddette politiche di austerità. La spesa pubblica continua infatti ad essere elevata, ma, proprio per le dinamiche demografiche, è indirizzata sempre meno agli investimenti produttivi e sempre di più a coprire gli squilibri sociali, dalle pensioni agli interventi come la cassa integrazione.

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Ho parlato della questione demografica in due occasioni nelle ultime settimane rispondendo ad alcune lettere inviate nella rubrica del Sole 24 Ore che, ogni martedì, ospita anche le mie risposte. Eccole.

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Ho avuto modo di vedere alcuni dati sulla popolazione residente in Italia, dati che dimostrano come la popolazione abbia continuato ad aumentare negli ultimi anni. Infatti a fronte di un saldo naturale leggermente negativo abbiamo una continua crescita dell’immigrazione che compensa largamente questo calo. Tanto che a dicembre 2013 erano residenti 300mila persone in più che all’inizio dell’anno così da superare i 60 milioni. Allora perché si parla ancora di problema demografico?

Vittorio Scheda 

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Gentile Scheda, è certamente vero che la popolazione italiana ha continuato ad aumentare negli ultimi anni, ma quando si parla di problema demografico non ci si riferisce solo ai numeri complessivi della popolazione, ma anche e soprattutto alle tendenze di fondo e alle divisioni per classi di età. Soprattutto per l’ormai ridottissima mortalità infantile e per il progressivo allungamento della speranza di vita.

Secondo una delle ultime previsioni sui prossimi cinquant’anni l’età media della popolazione dovrebbe progressivamente crescere dagli attuali 43,5 ai 49,8 anni. E nel 2065 la percentuale di anziani, con un’età superiore ai 70 anni, è destinata a passare dal 15,3 al 26,8% della popolazione.  Sempre tenendo conto del mantenimento di un costante flusso di immigrazione, (che porterebbe gli stranieri a superare quota 20%, rispetto all’8% attuale) la popolazione tra i 20 e i 70 anni perderebbe 5,5 milioni di unità e gli anziani aumenterebbero di 7,1 milioni.

Ecco perché il sistema del welfare va tenuto costantemente sotto controllo, ecco perché non sarebbe male se l’Italia riuscisse finalmente a varare una forte politica di aiuti alle famiglie per far crescere un tasso di fecondità che per tante e diverse ragioni ha raggiunto i  livelli più bassi d’Europa. I segnali purtroppo non si vedono. Lo ha ammesso lo stesso primo ministro Matteo Renzi quando nei giorni scorsi ha espresso la sua volontà, nell’ambito della prossima riforma fiscale, di chiedere agli esperti di  studiare “qualcosa di simile al quoziente familiare”, cioè un sistema che tenga contro della composizione della famiglia nel definire l’incidenza del fisco molto meglio delle attuali detrazioni, praticamente irrilevanti. Purtroppo le ultime misure, come il varo degli ormai famosi 80 euro in busta paga da maggio, sono state costruite secondo una logica strettamente individuale: per cui una famiglia monoreddito ha un vantaggio pari alla metà di quanto avrà una famiglia composta da due lavoratori senza figli.

Fare i conti con la demografia vuol dire fare i conti con le dinamiche di fondo della popolazione, vuol dire avere la vista lunga e non di breve periodo. Invece paghiamo anni di politica che si è disinteressata di questi temi, e quindi che si è disinteressata dei giovani e delle famiglie. Significherà qualcosa il fatto che in Italia solo il 10% delle famiglie ha un capofamiglia (in senso anagrafico ovviamente) di meno di 35 anni mentre il Germania e Gran Bretagna superano il 15% e gli Stati Uniti, in Svezia e in Giappone vanno oltre il 20%.  Ma per metter su famiglia ci vuole un lavoro, per avere dei figli è meglio contare su agevolazioni fiscali e asili nido. E’ su questi fronti che la politica si deve impegnare per affrontare il problema demografico. Per non ritrovarci tutti, al di là delle ideologie, progressivamente più anziani, ma anche più poveri.  

 

Pubblicato sul Sole 24 Ore il 29 aprile 2014

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Gentile  Fabi,

Mentre leggevo la domanda del signor Vittorio Scheda sul Sole 24 ore di martedì 29 aprile, a proposito del costante incremento della popolazione in Italia, già mi figuravo mentalmente la sua risposta che condivido: la composizione della popolazione deve funzionare un po’ come una bilancia, in equilibrio tra giovani e anziani. Mi rimane però un dubbio: in una bilancia, oltre all’equilibrio tra i due piatti, si deve considerare anche la capacità di portata, pena il rischio di rottura. Comprendo benissimo che il creare le condizioni per un aumento del tasso di fecondità sia probabilmente l’unica soluzione eticamente percorribile e accettabile per cercare di riequilibrare i pesi, ma mi rimangono i dubbi sui rischi di rottura della bilancia e non solo di quella italiana.

 Giancarlo Camesasca

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In merito alla risposta sui temi demografici mi preme rilevare una palese contraddizione. Che senso ha proporre una crescita del numero dei giovani se proprio i giovani sono i più colpiti dalla disoccupazione?

Filippo Verri

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 Gentili lettori, ho scelto queste due lettere tra le tante che non hanno condiviso la mia ultima risposta. Permettetemi di sostenere che i temi demografici non sono solo sottovalutati a livello politico, ma sono il più delle volte affrontati sulla base di pregiudizi e luoghi comuni. Il pregiudizio si fonda sull’esperienza storica e cioè sul fatto che la politica di sostegno alle nascite venga considerata un ripercorrere uno dei punti forti del fascismo. I luoghi comuni sono legati all’idea che porre un argine all’aumento della popolazione sia indispensabile perché le risorse della Terra sono limitate senza peraltro distinguere tra le realtà asiatiche, (ancora in forte crescita, ma comunque con una velocità in progressiva frenata), e quelle europee e soprattutto italiana dove la progressiva riduzione della fecondità, unita al positivo allungamento della vita media,  è tra le cause della stagnazione economica e degli squilibri dei conti pubblici.

E non c’è alcun rischio, e non solo in Italia, che il peso della popolazione sia eccessivo dato che sarebbe già un risultato demograficamente positivo riuscire a fermare il calo della popolazione. Solo un dato: in Italia la classe di età tra i 45 e i 49 anni comprende ora quasi 5 milioni di persone mentre quella tra i 20 e i 24 anni supera di poco i tre milioni: questo vuol che questa ultima classe di giovani ha due milioni di cittadini in meno rispetto a 25 anni fa. E’ inevitabile che si riducano i consumi, che si formino meno famiglie, che diminuisca la domanda di case, che l’economia nel suo complesso abbia un forzata decrescita. E i giovani sono le prime vittime di questi modelli in cui la dinamica sociale ed economica segna il passo. Non è quindi una contraddizione dire che se aumentasse il numero dei giovani aumenterebbero i consumi e quindi la domanda interna e quindi la potenzialità di creare nuovi posti di lavoro. L’economia è una realtà dinamica in cui servono spinte positive per mantenere in movimento il circolo virtuoso della crescita: mentre ora siamo di fronte a tendenze negative che si autoalimentano anche per il peso di un sistema previdenziale basato su diritti maturati in gran parte in una realtà economica ben diversa dall’attuale.

Ma al di là dei ragionamenti economici va sottolineato che una società di giovani che hanno fiducia nel futuro, e che quindi vanno al di là della generazione del figlio unico, è una società che sa pensare positivo e in cui quindi tutti possono vivere con maggiore serenità. Anche da anziani. 

Pubblicato sul Sole 24 Ore il 6 maggio 2014

  • Maria |

    Inizio a sospettare che il problema non sia tecnico. Da un professore dell’Università Cattolica di Milano ci si aspetterebbe un maggior rispetto per i propri lettori e i loro commenti.

  • claudio riva |

    cambia la composizione della società,cambia il tipo di economia.Circolo virtuoso dell’economia?virtuoso o presuntuoso?Ben venga la diminuizione della popolazione.Invecchiamento non significa rimbambimento e invalidi.Cambierà il tipo di sviluppo.Finalmente nonostante quelli come lei e gli interessi che lei difende

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