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Italia: la ricetta della concorrenza

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C'è una pericolosa tentazione e un evidente paradosso nell'atteggiamento verso le possibilità di uscire dalla crisi e avviare una nuova solida fase di ripresa economica. La tentazione è quella di ritenere che l'aver superato la fase più critica apra direttamente le porte a un nuovo sviluppo: con il paradosso di fare affidamento proprio su quelle forze di mercato che erano state considerate alla base della crisi perché incapaci di evitare l'avvitarsi delle difficoltà.
Una tentazione e un paradosso ancora più veri per l'Italia, ma più per la mancanza che per l'inefficienza del mercato. Come hanno dimostrato le relazioni presentate lo scorso fine settimana al convegno del Centro studi Confindustria a Parma, per il nostro paese avviare una solida ripresa è ancora più complesso proprio perché la crisi è stata preceduta da un ventennio di sostanziale stagnazione, con tassi di sviluppo quasi simbolici e comunque nettamente inferiori rispetto a quelli degli altri paesi europei.
Ci sono quindi difficoltà strutturali e gli interventi per affrontarle non sono né semplici, né immediati. L'indicazione di fondo comunque è la necessità di dare nuovo slancio a quello che è ora un grande punto debole: la concorrenza. L'Italia è un paese bloccato da posizioni di rendita e di privilegio, da uno scarso ricambio generazionale, da una faticoso combattimento per far riconoscere il merito e la professionalità. Lo mettono in rilievo due volumi, L'Italia possibile e Idee per l'Italia, che raccolgono una serie di saggi che partono dal dibattito animato dal sito www.nelmerito.com.

Il quadro di fondo, come sottolinea il saggio conclusivo di Gianpaolo Galli, da un lato dimostra la forza del settore manifatturiero, che in Italia ha una quota molto elevata e superiore a quella degli altri grandi paesi europei, ma dall'altro mette in evidenza come resti forte l'effetto negativo dell'inefficienza del settore dei servizi «meno esposti dell'industria alla sferza della concorrenza internazionale e più dipendenti dalle decisioni che vengono assunte a tutti i livelli dalle pubbliche amministrazioni». In pratica quella burocrazia che costituisce anche «un quadro giuridico che accresce i costi di apprendimento e adeguamento alle regole, disincentiva gli investimenti e favorisce la litigiosità».
Il problema sta quindi soprattutto nel contesto, in quello scenario sostanzialmente sfavorevole in cui si riscopre spesso una malcelata insofferenza verso la dimensione imprenditoriale. Senza dimenticare i passi in avanti che le imprese devono comunque compiere per favorire la crescita dimensionale, per imboccare con più decisione la strada dell'innovazione, per sfruttare le opportunità dell'internazionalizzazione.
In questa prospettiva quello che può costituire un vero salto di qualità è la capacità di far funzionare il mercato: di mettere in moto quel circolo virtuoso che si basa su qualità, efficienza, innovazione, merito e specializzazione. Ma con l'indispensabile aiuto di un fisco meno oppressivo, di una scuola più efficace, d'infrastrutture e di regole moderne. Regole chiare e fatte rispettare.
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L'Italia possibile, equità e crescita, Francesco Brioschi editore, pagg. 340, € 19

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Pubblicato sul Sole 24 Ore del 15 aprile