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L’Italia delle buone imprese

Castel
«Accanto ai grossi libri che fanno la diagnosi dei mali del nostro paese è bene che sia scritto anche un piccolo libro improntato all'ottimismo e alla speranza». Così nell'anno 1900 il giovane Luigi Einaudi presentava una delle sue prime opere, Un principe mercante che era dedicata a Enrico Dell'Acqua, un imprenditore di Busto Arsizio che, così come tanti altri emigranti aveva cercato fortuna in America latina e là si era affermato prima come esportatore di tessuti italiani e poi come produttore.
Cinquant'anni dopo una grande impresa italiana presente in Argentina decise di ristampare quel libretto e chiese una nuova presentazione allo stesso Einaudi, che nel frattempo era diventato presidente della Repubblica ed Einaudi colse l'occasione per sottolineare come gli imprenditori italiani abbiano saputo emergere in patria e all'estero grazie alla loro esperienza, alla laboriosità, allo spirito di iniziativa e a quel l'emulazione che in un sistema di libera concorrenza sa offrire motivazioni sia agli stessi imprenditori sia agli operai.



L'umanesimo liberale di Einaudi non poteva che porre ai primi posti il valore dell'impresa nella costruzione dell'edificio economico e sociale, un'impresa che trovava nelle garanzie alla proprietà privata e alla libera iniziativa i punti fondamentali per coniugare l'interesse privato con quello collettivo. Cercando peraltro di superare costruttivamente la teoria del l'equilibrio (e della crescita) di John M. Keynes integrandovi i fattori creativi dell'esperienza, dell'innovazione, del territorio analizzati da Joseph Schumpeter ed Alfred Marshall.
Ma di fronte alla realtà della crescita economica e dello sviluppo delle imprese le teorie non possono che fermarsi di fronte a una dimensione che fortunatamente sfugge alle rigide catalogazioni: la figura del l'imprenditore con tutta la sua originale e imprevedibile personalità. Lo dimostrano, tra i tanti, i 25 casi messi in fila da Mauro Castelli sul suo libro A prova di crisi, dove si raccontano le storie di successo di persone che hanno creato la propria azienda o hanno saputo rilanciarla dopo il passaggio di consegne dai propri famigliari. Di fronte alla passione dell'imprenditore non c'è quindi teoria che tenga: il vero fattore di successo si dimostra quell'ottimismo della volontà che fa ritenere che sia «necessario anche nella tempesta cercare di muoversi verso le schiarite».
Perché sarà anche vero che ogni crisi è fatta anche di tante opportunità, ma anche le opportunità vanno individuate, afferrate, valorizzate. Soprattutto in un contesto difficile e complesso come quello italiano dove lo Stato e la politica non aiutano a fare impresa. Quello che salva è, come afferma Marco Vitale nell'introduzione, che «le storie di impresa sono soprattutto storie di persone, uomini e donne di talento, creatività, passione, volontà, visione, talvolta di bizzarrie». E vi è più di una ragione per credere che sia proprio la bizzarria, l'imprevedibilità, quello che viene chiamato «genio e sregolatezza» a essere tra i caratteri vincenti dell'impresa italiana.
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Mauro Castelli, «A prova di crisi», Edizioni Il Sole 24 Ore, Milano, pagg. 314, € 24,00.

Pubblicato il 14 febbraio sul Sole 24 Ore