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Un welfare per le famiglie

Famiglie
L’atto di accusa è anche troppo esplicito: "È difficile trovare un altro paese sviluppato che presenti, nel complesso, disuguaglianze tra uomini e donne, iniquità dei rapporti generazionali e disparità territoriali comparabili a quelle osservate in Italia." Daniela Del Boca e Alessandro Rosina mettono in fila con estremo realismo tanti primati negativi sul fronte sociale. L’Italia riesce infatti ad avere insieme un tasso di natalità persistentemente basso e un altrettanto bassa partecipazione delle donne al lavoro; una spesa per le pensioni tra le più alte dei paesi industrializzati e una quota molto limitata di risorse publiche destinata alle famiglie, alle case, agli aiuti per la formazione; un mercato del lavoro con numerosi ostacoli ai giovani e alle donne e un welfare che non è adeguato ad attuare politiche attive di coesione sociale e che non aiuta ad affrontare gli squilibri tra Nord e Sud.

La politica previdenziale italiana è andata in una direzione se non opposta, almeno molto diversa, da quella teorizzata negli anni 40 dal fondatore del welfare moderno, Lord Beveridge. I due capisaldi erano solidarietà e responsabilità, e attorno a questi doveva estendersi (come realizzò la Gran Bretagna del dopoguerra) una rete di sostegno che partiva dagli anziani e dalla sanità e arrivava alla casa, all’istruzione, al lavoro.

In Italia si è imboccata con decisione la strada delle pensioni, ma gli altri aspetti del welfare si sono progressivamente persi. La politica demografica ha risentito di un acritico voler fare il contrario di quella propaganda fascista che nel ventennio sollecitava a dare figli alla patria. E la politica fiscale si è ostinata nel colpire il reddito dei singoli con un’attenzione solo simbolica alle famiglie.

E non è un caso se i sudditi della regina abbiano ora tassi di attività femminile di dieci punti percentuali superiori rispetto a quelli italiani e tra i 20 e i 24 anni il 70% sia entrato nel mercato del lavoro rispetto al 45% italiano. In Francia la fecondità è particolarmente alta e nello stesso tempo i tassi di partecipazione al lavoro delle mamme con figli piccoli sono sensibilmente più elevati.

Le indagini sociologiche dimostrano che in Italia il numero dei figli per famiglia sarebbe superiore se ci fosse maggiore flessibilità sul lavoro o concreti sostegni esterni all’educazione. Nel Sud però i posti di asilo nido disponibili non superano il 5% dei bambini contro il 35/40% di paesi come la Svezia o la Francia: e così il meridione è una delle aree con il più basso di attività femminile, il 30%, e paradossalmente insieme il più basso numero di figli (1,3) per donna in età feconda.

La strenua difesa del vecchio modello di welfare ha tra le sue conseguenze che le classi di età più basse si restringano sempre di più, che i giovani escano sempre più tardi dalla scuola ed entrino ancora più tardi nel mondo del lavoro. La crisi globale che stiamo vivendo dovrebbe essere l’occasione per attuare politiche che contrastino i fattori di declino. «Ci vorrebbe un’alleanza virtuosa tra Stato e famiglie – suggeriscono Del Boca e Rosina – per rendere il nostro Paese più efficiente e meno iniquo». Una proposta ambiziosa, quasi temeraria. Ma senza una svolta in questa prospettiva anche uscire dalla crisi sarà sempre più difficile e impervio.

Daniela Del Boca e Alessandro Rosina, Famiglie sole, ed. Il Mulino, pagg. 140, € 11,50

Pubblicato il 25 giugno sul Sole 24 Ore