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L’impero della criminalità

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L’economia della droga è costruita sui grandi trafficanti e sui piccoli corrieri, sulle organizzazioni ramificate, ma insieme sulla malavita di quartiere. È un traffico che comprende i boss sudamericani e le nuove mafie, esportate dalla Sicilia all’intera Europa, che assieme alle polveri più o meno bianche mettono in moto fiumi di denaro facilmente riciclati nei compiacenti forzieri dei paradisi fiscali.
E a fianco della clamorosa evidenza dell’economia criminale con i suoi risvolti di capitali e di morte c’è anche una dimensione dell’illegalità che non può che sfociare nella corruzione e nella criminalità comune. Con in più il fatto che i capitali riciclati forniscono l’ossigeno a iniziative che proliferano nel sottobosco della clandestinità: dalla contraffazione allo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, dal controllo della prostituzione alle più sofisticate truffe finanziarie, dal gioco clandestino al contrabbando e alla falsificazione dei medicinali.

Le mafie dei più vari tipi sono tra i maggiori ostacoli all’economia legale, tra i più potenti nemici della concorrenza aperta e trasparente. E non potrebbe sorprendere lo scoprire che tra i finanziatori degli hedge fund più spericolati si possano trovare le ansie speculative della criminalità.
È anche per questo che la lotta contro le multinazionali del crimine è profondamente complessa, ma allo stesso modo indispensabile allo stesso sviluppo dell’economia legale. Proprio nell’economia illegale si può infatti scorgere un "sistema imperialista delle multinazionali", le multiformi società segrete legate alla droga, ai traffici illegali, alla tratta delle persone.
Quella contro la grande criminalità, e in particolare contro la droga, è una guerra decisiva, una guerra continua segnata, anche in Italia, da piccoli successi e da molte battaglie perse. «Il sistema droga con i suoi duecento miliardi di dollari di fatturato all’anno continua infatti a imperversare, a seminare morti e corruzione, a inquinare politica e affari. Perfino a minacciare gli equilibri geopolitici del Paese. Una guerra persa che ha portato anche allo smantellamento di un reparto speciale come il Road»: è questa la testimonianza, raccolta da Carlo Brambilla, di un "infiltrato", un agente dei reparti speciali dell’arma dei Carabinieri che ha svolto nei dieci anni tra il 90 e la fine del secolo scorso un difficile e rischiosissimo compito, quello di infilarsi nelle correnti del grande traffico di droga. Venditore, compratore, intermediario, mafioso, doganiere corrotto, agente d’affari e rappresentante di commercio, l’agente Falco si muove sempre sul filo della legalità mettendo in gioco non solo la propria professionalità, ma anche e soprattutto la propria personalità.
Questo racconto si svolge infatti in una duplice prospettiva: da una parte la ricerca dei canali più importanti tra i mille attorno a cui si muove il traffico della droga, dall’altra la battaglia psicologica di chi, con l’obiettivo di difendere la legalità, deve compiere azioni illegali per accreditarsi e quindi scoprire e portare a galla le strutture criminali. Con una conclusione amara: si possono a fatica tagliare i piccoli rami, ma la pianta della criminalità organizzata resta ben salda. E purtroppo cresce.

Carlo Brambilla, "L’infiltrato", ed. Melampo, pagg. 232, € 15

Pubblicato sul Sole 24 Oere del 4 dicembre 2008