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Il cammino dell’Europa

Alla base dell’Europa c’è la grande intuizione originaria di Jean Monnet: per chiudere le ferite della Seconda guerra mondiale, più che creare subito complesse strutture istituzionali era necessario mettere in moto un processo capace di portare gradualmente, ma sostanzialmente, a superare gli elementi di conflitto e ad avviare una sostanziale cooperazione.
Infatti il primo passo fu la creazione della Comunità del carbone e dell’acciaio che, come disse Monnet, «può far nascere l’Europa con un’azione concreta e risoluta su un punto limitato ma decisivo, per provocare un cambiamento fondamentale e modificare progressivamente i termini stessi del problema». L’istituzione della Ceca costituì il primo mattone per la pacificazione franco-tedesca e progressivamente a livello europeo si passò dalla minaccia di una pericolosa politica di potenza al metodo del confronto e della cooperazione.

La visione dell’Europa come dinamica, come cammino da percorrere, cogliendo le opportunità e valorizzando le differenze, è una prospettiva che ha accompagnato costantemente la progressiva realizzazione di quella che alla fine della guerra era di fatto una realtà schiacciata e spartita (ma nello stesso tempo salvata) dalla grandi potenze. Comunque con un costante valore di fondo: quello che Tommaso Padoa-Schioppa ha chiamato "forza gentile" sottolineando «il tentativo che da mezzo secolo l’Europa ha intrapreso per darsi unità e pace opponendo alla forza rozza delle armi e dell’istinto quella gentile del diritto e della civiltà».
Proprio su questi valori, oltre che naturalmente sul fatto di aver garantito stabilità e benessere, l’Europa ha vissuto soprattutto nei suoi primi anni periodi di grande consenso politico e sociale, di convinta e aperta partecipazione da parte degli Stati, ma soprattutto dei cittadini. La linea guida era "In Zweifel für Europa", "Nel dubbio per l’Europa", come afferma il sommario del libro "L’Unione Europea nel XXI" secoloa cura di Stefano Micossi e Gian Luigi Tosato (il Mulino, pagg. 392, € 29), una raccolta di saggi che hanno l’ambizioso obiettivo di indicare le linee di tendenza dell’Unione in un momento in cui sembra che insieme si affievolisca il consenso popolare e ci si trovi di fronte a ostacoli complessi sotto il profilo istituzionale. Come sottolinea Sabino Cassese nell’Introduzione, è l’Europa dei paradossi quella che abbiamo ora di fronte, un’Europa di cui si lamenta l’inefficienza dei processi decisionali, ma a cui si chiedono nello stesso tempo interventi che i singoli Stati non riescono più a svolgere da soli.
Ma questi paradossi non fermeranno un cammino  il cui percorso, si pensi all’allargamento a Est, è andato comunque già molto al di là del sogno dei padri fondatori. Ed è più che probabile che il vero paradosso da sciogliere in futuro sarà quello dell’unità nella diversità, di un avanzamento a geometrie variabili, di una "integrazione differenziata" che sappia rinnovare l’attualità e la forza dell’idea europea.

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 23 ottobre 2008

  • Sandro |

    Quante cose sono cambiate in mezzo secolo. Inizialmente, i “contingenti” sulle importazioni di auto vennero fatti per proteggere l’industria giapponese, distrutta dalla guerra (poi per bilateralismo funzionarono soprattutto in senso opposto). Oggi Toyota ha superato Detroit. Con la Ceca, si avviò un periodo che fece dell’Italia, che aveva ben poche materie prime, con i suoi pro e contro un grande esportatore netto di acciaio. L’unificazione europea ha contribuito allo sviluppo dell’industria italiana, così come, con modalità diverse, ha favorito quello di paesi come Irlanda, Spagna, Portogallo. Ma oggi si pone il quesito che sta nascosto nelle ultime righe di questo blog e che, in sostanza, suona come: l’Europa ha ancora un sufficiente forza identitaria per assimilare in un progetto di crescita comune realtà per lungo tempo così diverse come quelle dei paesi che si sono aggiunti negli ultimi anni? Paesi che prima di avere un “mercato comune”, dovevano avere un “mercato”?
    Un’Europa che ha speso cifre enormi per i sussidi agricoli, che cosa deve fare per modernizzare industria, servizi, patrimonio ambientale? L’Europa che trema per l’idraulico polacco, può contare solo sui filtri del Patto di stabilità e dell’euro (di questi tempi le crisi finanziarie di paesi non euro, dall’Islanda all’Ungheria sonno istruttive) o deve magari considerare che la strategia della doppia velocità possa, o potesse, essere vista come uno strumento di avvicinamento e non necessariamente di allontanamento di nuovi paesi membri? Il “politically correct” non rischia a volte di creare dei Minotauri senza forza?

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