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Il mercato e la persona

Da questa settimana, ogni giovedì, ci sarà sulla pagine dei commenti del Sole 24 Ore una mia rubrica dedicata ai temi del pensiero economico visti alla luce dell’attualità. Ecco il primo articolo:

La Grande Depressione non fu il prodotto del "perverso" sistema capitalistico, ma delle manipolazioni e degli interventi che impedirono al mercato di correggere gli errori e di attivare le proprie potenzialità». Il giudizio è di Murray N. Rothbard, tra i maggiori esponenti della Scuola austriaca di economia. Un giudizio drastico e insieme tra i più controversi nelle analisi, estremamente attuali, sulle crisi finanziarie e sui modi per contrastarle. Anche in questi giorni, a fronte degli interventi dei Governi e delle banche centrali, la domanda di fondo è legata alle responsabilità del mercato e al ruolo dello Stato; e sembrano riproporsi steccati ideologici e tentazioni dirigistiche ritenute superate.

Finora gli interventi pubblici sono apparsi incisivi quanto determinanti a ridare la fiducia perduta non tanto al "mercato", inteso come sistema economico, quanto ai "mercati", nella loro dimensione di sistema di scambio degli strumenti finanziari. Gli ultimi interventi si sono mossi in un’ottica profondamente diversa da quelli attuati dopo la crisi del ’29 che, almeno in parte, vengono ritenuti responsabili della recessione che ne è seguita. Ricompare però la tentazione di considerare gli inevitabili squilibri nel mercato come un segno di fallimento del mercato, cancellando con un tratto di penna il fatto che l’economia libera abbia consentito un innalzamento senza paragoni del benessere e abbia costituito – come ha notato il premio Nobel, Paul Krugman – lo spunto della crescita impetuosa della Cina, Paese che resta autoritario e centralista.

Il mercato tuttavia va considerato solo e unicamente come uno strumento, il meno imperfetto degli strumenti realizzati per rendere più efficienti produzione e scambi. Ma protagonista del mercato resta la persona, l’individuo, nei suoi valori e soprattutto nella sua libertà.

Nella storia del pensiero economico, come mette in luce Lorenzo Infantino nella raccolta di saggi “Individualismo, mercato e storia delle idee” (Rubbettino, pagg. 324, € 28) esiste una linea di pensiero, che va da Hume a Popper, e che attraverso politici, sociologi ed economisti (in particolare la Scuola austriaca) propone positivamente il valore della persona come elemento centrale della società e quindi dell’economia. Con una specifica attenzione a quelle che Hayek definiva le conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali, conseguenze che sono l’oggetto di studio delle scienze sociali. In questa prospettiva gli squilibri restano un’inevitabile costante proprio perché la conoscenza e la motivazione delle azioni non può che essere parziale e fallibile. Ma si tratta di squilibri che trovano in se stessi la possibilità di superamento. Il rischio è che ai vizi privati si aggiungano gli interventi di un settore pubblico che si trasforma in un medico pietoso, alleviando il dolore, ma aggravando la malattia.

Lo Stato dovrebbe limitarsi a costruire un ordine legale, come afferma Mises, un ordine che ha come primo obiettivo la garanzia della proprietà privata e della libertà d’impresa. Un’analisi avvincente, che ha un limite: in tempi eccezionali devono essere non solo possibili, ma doverose misure eccezionali. In fondo la stessa idea liberale è contraria a ogni dogmatismo.

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Pubblicato sul Sole 24 Ore del 16 ottobre 2008

  • Paolo |

    Credo che la “visione austriaca” sia una delle chiavi di lettura più chiare ed utili per capire l’attuale momento (e tutto quello che ne seguirà!). Grazie al Direttore Fabi per averne parlato.

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