Per chi abbia seguito nelle ultime settimane qualche convegno, dibattito o tavola rotonda sulla crisi finanziaria globale si sarà sicuramente imbattuto in una definizione talmente rituale che è ormai diventata un luogo comune: l’ideogramma cinese formato da due elementi, da una parte il pericolo, dall’altra l’opportunità. Eppure, anche se ormai questa immagine può sembrare candidata a vincere l’Oscar della banalità resta comunque il fatto che è tremendamente vera. Soprattutto dal punto di vista delle imprese vi sono molti elementi che possono aprire inedite prospettive di crescita a quelle realtà che sapranno approfittare delle nuove condizioni di mercato.
Perché quello che è altrettanto certo è che il nuovo mondo dell’economia sarà sostanzialmente diverso, soprattutto perché più complesso e competitivo, di quello precedente e nell’ambito delle strategie per affrontare la crisi, accanto ai grandi temi delle regole, della politica, della gestione degli strumenti monetari va messa in primo piano una dimensione altrettanto fondamentale come quella delle strategie aziendali. Perché le imprese si trovano a dover fare i conti con un cambiamento strutturale dei mercati, con una maggiore selezione degli acquisti, con un’accresciuta attenzione dei consumatori, con una minore disponibilità della leva finanziaria. E inoltre con l’aprirsi di nuove opportunità di acquisizioni anche per la possibilità di spuntare condizioni finanziarie particolarmente favorevoli sul fronte dei tassi di interesse.
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C'è molto spesso un senso di malcelata soddisfazione nelle analisi che gli esponenti della sinistra compiono affrontando le cause e le prospettive dell'attuale crisi economica. Soddisfazione nel vedere il proclamato fallimento delle teorie liberiste, così come nel giudicare incrinata la solidità di quell'economia di mercato considerata un caposaldo delle teorie liberali.
Ma con un'eterna contraddizione di fondo: la difficoltà nel distinguere quanta parte abbia avuto il modello economico, e quindi il suo eventuale fallimento, e quanta parte invece si debba individuare nei comportamenti delle persone, insieme all'incapacità o all'imprevidenza delle istituzioni nell'approntare regole adatte al corretto ed efficace funzionamento del mercato.
Il dibattito su questo fronte potrebbe durare all'infinito, soprattutto se si parte da una posizione pregiudizialmente bloccata come quella del pur approfondito e vivace saggio (Goodbye liberismo) di Alfonso Gianni, esponente politico e sindacale, sottosegretario allo Sviluppo nell'ultimo governo di Romano Prodi. Una posizione secondo cui il mercato deve essere considerato un valore in sé e quindi un sistema rigido, con regole predefinite, con caratteristiche unitarie. Ma non è così. Basta ricordare la definizione di Friedrich von Hayek: «Il mercato è un processo di esplorazione in cui gli individui cercano nuove opportunità che, una volta scoperte, possono essere usate anche da altri». È per questo che il mercato non può che essere considerato uno strumento e non un fine, come dice l'eniciclica Caritas in veritate: non è lo strumento «che deve essere chiamato in causa ma l'uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale».
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È possibile, anche se non del tutto probabile, che gli scossoni nella finanza mondiale e il desiderio largamente condiviso di un sistema di regole di più stringente garanzia possano portare a un nuovo assetto dei rapporti finanziari internazionali. In questa prospettiva i fondi sovrani, come vengono chiamati gli organismi finanziari che fanno capo a governi o pubbliche istituzioni, se apparivano prima della crisi come veri e propri protagonisti nei rapporti tra i paesi emergenti e quelli industrializzati, sembrano ora aver subito un drastico ridimensionamento, non solo patrimoniale, ma anche politico-strategico. Decisive sono state le perdite per crollo delle Borse e dei prezzi delle materie prime così come le difficoltà operative legate alla scarsa trasparenza e alla mancanza di garanzie.
Qualcosa tuttavia si muove. E in maniera significativa su un piano diverso anche rispetto al recente passato. Lo dimostra l’intesa raggiunta nei giorni scorsi a Parigi tra il club europeo degli investitori di lungo periodo, che per l’Italia comprende la Cassa depositi e prestiti, e i fondi sovrani di Pechino, Mosca, Abu Dhabi, Dubai, Marocco e Canada. E come ha commentato il presidente della Cdp, Franco Bassanini, «l’emergere di un forte gruppo di investitori di lungo periodo può essere il migliore alleato dei policy maker a livello mondiale nel tentativo di correggere gli squilibri dovuti alla crisi».
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L’atto di accusa è anche troppo esplicito: "È difficile trovare un altro paese sviluppato che presenti, nel complesso, disuguaglianze tra uomini e donne, iniquità dei rapporti generazionali e disparità territoriali comparabili a quelle osservate in Italia." Daniela Del Boca e Alessandro Rosina mettono in fila con estremo realismo tanti primati negativi sul fronte sociale. L’Italia riesce infatti ad avere insieme un tasso di natalità persistentemente basso e un altrettanto bassa partecipazione delle donne al lavoro; una spesa per le pensioni tra le più alte dei paesi industrializzati e una quota molto limitata di risorse publiche destinata alle famiglie, alle case, agli aiuti per la formazione; un mercato del lavoro con numerosi ostacoli ai giovani e alle donne e un welfare che non è adeguato ad attuare politiche attive di coesione sociale e che non aiuta ad affrontare gli squilibri tra Nord e Sud.
La politica previdenziale italiana è andata in una direzione se non opposta, almeno molto diversa, da quella teorizzata negli anni 40 dal fondatore del welfare moderno, Lord Beveridge. I due capisaldi erano solidarietà e responsabilità, e attorno a questi doveva estendersi (come realizzò la Gran Bretagna del dopoguerra) una rete di sostegno che partiva dagli anziani e dalla sanità e arrivava alla casa, all’istruzione, al lavoro.
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Una via italiana all’economia di mercato. Una ipotesi che potrebbe sembrare ambiziosa soprattutto in un momento, come l’attuale, in cui la crisi dell’economia globale rischia sempre di più di imboccare la strada di una recessione strutturale di lungo periodo. Eppure appare sempre più evidente come sia necessario un salto di qualità culturale e insieme una discontinuità interpretativa per tentare di rimettere insieme i cocci dell’economia.
“L’impresa civile” è così il titolo del libro in cui Luigino Bruni cerca di andare oltre alla tradizionale visione “macro” dell’economia di mercato per ricercare una nuova strada in cui l’approccio antropologico riesca ad ottenere un posto di prima fila. Realizzando un passo avanti rispetto alla tradizionale visione della responsabilità sociale dell’impresa e inserendo nelle prospettive economiche anche elementi come la gratuità, la felicità, la fraternità che fino ad ora sono state interpretate con altre logiche e altre prospettive.
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Il voto per il Parlamento europeo ha confermato tendenze sostanzialmente previste. La difficoltà nei singoli paesi dei partiti storici, in particolare delle socialdemocrazie, si è infatti unita al crescente consenso verso i gruppi in diverso modo estremisti, populisti, comunque d’opposizione e di protesta. Ma con in più un singolare, anche se solo apparente, paradosso: di fronte alla più grave crisi economica e finanziaria degli ultimi 80 anni le risposte che prevedono più ampi interventi degli Stati, non solo passano trasversalmente agli schieramenti politici, ma sfuggono alle tradizionali catalogazioni ideologiche.
Non sorprende quindi che si possa parlare di crisi, anzi di Eclisse della socialdemocrazia, come sostiene Giuseppe Berta nel suo ultimo libro. Perché emergono con sempre maggiore evidenza le difficoltà di quella stessa strategia economico-capitalista che la socialdemocrazia ha largamente fatta propria negli ultimi decenni. E soprattutto con riferimento all’esperienza inglese, risalta con chiarezza come la sinistra abbia sposato pienamente il modello di sviluppo globale, quel turbocapitalismo analizzato da Edward Luttwak, quale premessa e condizione necessaria per attuare una vera politica di redistribuzione e di equità sociale.
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Quasi in parallelo con l’avanzare della crisi economica sembra guadagnare interessi e consensi anche una tentazione: quella di cogliere questa occasione per dare spazio ad un nuovo modello di sviluppo capace di invertire completamente la rotta rispetto all’epoca dell’industrializzazione. Si parla così di “decrescita” e hanno ripreso quota e attenzione le teorie del filosofo francese Serge Latouche che predica da anni la necessità di far fare passi indietro alla società dei consumi, di ridurre redditi e produzione, di tornare ad una società silvo-pastorale caratterizzata dalla frugalità, dalla lentezza, dalla ricerca dell’essenziale. Le tesi di Latouche mirano anche ad affrontare e tentare di risolvere anche il problema degli squilibri ambientali perché una riduzione dell’attività industriale, del traffico, della produzione di energia porterebbe quasi naturalmente con se anche una riduzione delle emissioni e dell’inquinamento.
La decrescita ha indubbiamente il fascino del romanticismo economico, ma in questa fase sembra palesemente più una rinuncia a voler affrontare i veri nodi della crisi che non una prospettiva in grado di offrire soluzioni reali: a meno di voler accettare la povertà con tutte le sue implicazioni, carrozze a cavalli e lumi a petrolio compresi.
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Il 29 giugno, se le indiscrezioni saranno confermate, sarà pubblicata una nuova enciclica del Papa dedicata alle questioni sociali. Dovrebbe chiamarsi Caritas in veritate e dovrebbe riguardare soprattutto l’atteggiamento dei cristiani di fronte ai temi della globalizzazione e dello sviluppo. Il testo è pronto da tempo, ma il profondo cambiamento nello scenario economico mondiale ha reso indispensabili aggiornamenti e revisioni.
Un posto di prima fila lo avrà certamente la dimensione della giustizia e quindi della necessità d’impegnarsi per un’equa divisione delle ricchezze nel mondo, così come i richiami alla solidarietà e a un impegno sociale guidato dai valori di una sincera umanità. Nel cammino della dottrina sociale della Chiesa resterà comunque come un dato acquisito il primato della libertà della persona, libertà che trova nel mercato la sua espressione economica e nella democrazia la sua espressione politica.
In vista dell’enciclica è significativo, oltre che frutto di una bizzarria della storia, il fatto che una delle più accurate e appassionate analisi del pensiero sociale della Chiesa venga dall’attuale arcivescovo di Monaco di Baviera che si chiama Marx, anche se di nome Reinhard e non Karl.
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«La pace mondiale non potrebbe essere salvaguardata senza sforzi creativi all’altezza dei pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e viva può fornire alla civiltà è indispensabile al mantenimento delle relazioni pacifiche». Inizia così la dichiarazione, ispirata da Jean Monnet, che il ministro degli Esteri francese Robert Schuman pronunciò il 9 maggio 1950, dichiarazione che viene considerata l’atto istitutivo di quella che è diventata l’Unione Europea.
E lo sforzo creativo dei padri fondatori dell’Europa è stato veramente rilevante e di portata storica, come dimostrano ampiamente i successi economici negli anni della ricostruzione. Grazie prima alla Comunità del carbone e dell’acciaio e solo pochi anni dopo alla creazione del Mercato comune europeo, i paesi del Vecchio continente hanno fatto passi da gigante, sfruttando al meglio tutte le potenzialità che erano offerte da un’efficace integrazione tra intervento pubblico e logiche di mercato.
Lo sottolinea con forza l’analisi di Barry Eichengreen, professore di economia a Berkeley, nel suo libro sulla nascita dell’economia europea: «Una spiegazione degli investimenti elevati, della rapida crescita delle esportazioni e della moderazione salariale che hanno sostenuto l’età dell’oro è l’esistenza di una serie di istituzioni particolarmente adatte agli imperativi posti all’epoca della crescita».
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Sarà lo Stato a salvare il capitalismo. Pur nel suo aspetto paradossale questa affermazione potrebbe sembrare più un auspicio che una previsione. E in effetti l’evoluzione della prima crisi economica globale degli anni 2000 sembra lasciare ancora aperte molte ipotesi di possibile evoluzione. Quello che è certo è che il pendolo delle privatizzazioni ha bruscamente invertito la propria corsa. E in particolare la risposta americana di fronte alla marea montante delle difficoltà finanziarie è stata e continua ad essere quella di uno Stato pagatore di ultima istanza: soprattutto dopo una realistica valutazione del fatto che l’eventuale salvataggio di Lehman Brothers, che in pratica l’unico grande fallimento in questi mesi di crisi, sarebbe costato molto meno degli interventi successivi per limitare gli effetti negativi del fallimento stesso.
Ma c’è il rischio evidente, come in tutte le dinamiche sociali, che il pendolo tra pubblico e privato possa superare il punto di equilibrio e dare corpo alla tentazione di rispondere a un presunto fallimento del mercato con un coinvolgimento sempre più forte dei poteri pubblici.
Di fronte a questa tentazione appaiono di estrema attualità le riflessioni di Karl Popper, raccolte dall’editore Armando in un’antologia di scritti inediti ("Dopo la società aperta") dove si affrontano i maggiori temi in cui il filosofo austriaco ha lasciato il segno. Con in prima fila il problema della conoscenza insieme a quello della dimensione colletttiva, del rapporto tra società e Stato, del senso del potere all’interno della struttura sociale.
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