L’Italia invecchia. Ed è una buona notizia. Con una dinamica che solo gli anni del Covid sono riusciti a fermare. Sono più di 23mila centenari e l’aspettativa di vita raggiunge gli 85,5 anni per le donne e 81,4 per gli uomini. Siamo di fronte a una nuova generazione di anziani che non solo vivono più a lungo del passato, ma che fin dove possibile desiderano e riescono a mantenere l’autonomia mentre sono preoccupati per la fragilità nei servizi sociali e per i rischi di dover far ricorso a un’assistenza sanitaria non adeguata.
Ma tra giovani (che diminuiscono) e “vecchi” (che aumentano) si aprono inedite prospettive economiche e sociali. Gli anziani di oggi sono nati negli anni del boom economico, i “trenta gloriosi” che hanno fatto seguito alla Seconda guerra mondiale, e possiedono una quota significativa della ricchezza del paese, sia a livello strettamente finanziario, sia come controllo di piccole e medie imprese nate e sviluppate negli anni del boom.
In prospettiva il trasferimento di ricchezza sarà sempre più massiccio perché nei prossimi dieci anni chiuderanno la loro esperienza terrena gran parte dei nati nel primo decennio del dopoguerra. Già ora non sono pochi i pensionati che hanno la possibilità di aiutare economicamente le nuove generazioni, magari anticipando una parte di eredità per finanziare le spese delle famiglie più giovani.
Ma ci si può chiedere se la società, e quindi la politica, fa abbastanza per permettere agli anziani, in qualunque condizione fisica si trovano, di essere una risorsa e di partecipare per quanto possibile alla crescita collettiva.
Alberto Brambilla, tra i maggiori esperti del sistema previdenziale offre una risposta ad ampio spettro nel libro “Longevity economy”: da silver a longevity, la grande economia dei prossimi decenni” (Ed. Guerini e associati, pagg. 284, € 22,50) con prefazioni di mons. Vincenzo Paglia e Maria Teresa Bellucci.
Siamo di fronte, come dimostra anche l’indagine demoscopica sugli over 50 riportata nel libro, all’esigenza di una vasta gamma di interventi con alla base, tuttavia, il superamento della tradizionale visione tripartita delle età: vita attiva al lavoro, pensionamento e giardinetti, perdita dell’autosufficienza e ricovero.
La grande sfida, sottolinea mons. Paglia, è quella “di ripensare un modello capace di raggiungere gli anziani nel loro contesto umano avvalendosi di risorse sul territorio e mobilitandole in forme nuove.” In effetti qualcosa, anche a livello legislativo, si è mosso. C’è una legge delega per il sostegno degli anziani, approvata dal Parlamento senza voti contrari, che attraverso i decreti attuativi interviene sia per favorire l’invecchiamento attivo, sia per interventi che possano affrontare la non autosufficienza. Gradualmente, come è nella prassi amministrativa, dovrebbero essere istituti anche i Pua (Punti unici di assistenza) per rispondere in una visione unitaria alle esigenze degli anziani.
In prospettiva, tuttavia, come sottolinea Brambilla nelle conclusioni del libro, il vero problema sarà quello di indirizzare la società verso una logica troppo spesso dimenticata, la logica dei doveri. Perché i problemi degli anziani non sono solo logistici, sanitari e finanziari. “Le forze sociali e la politica devono guardare in avanti, prevedere il futuro e garantire che la più grande transizione demografica avvenga nel rispetto della dignità umana.” L’Italia invecchia. Ed è una buona notizia