L’esempio (liberale) di Madrid. Negli anni ’90 del secolo scorso si iniziò ad usare l’acronimo Pigs per indicare i paesi europei maggiormente in difficoltà sul fronte della crescita economica a dei debiti pubblici. Un acronimo perché indicava i quattro paesi mediterranei (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), ma con una volontà più che maliziosa dato che Pigs in inglese vuol dire maiali. Durante la crisi finanziaria del 2008, l’acronimo è stato esteso a Piigs con l’aggiunta dell’Irlanda, a causa della grave crisi bancaria e di debito che aveva colpito anche quel paese, perdendo almeno in parte l’aspetto palesemente denigratorio.
Poi il termine Piigs è rapidamente scomparso non solo per la buona educazione di esperti e commentatori finanziari, ma anche e soprattutto perché i cinque paesi non sono rimasti più gli ultimi della classe ed anzi alcuni come la Spagna e in parte anche la Grecia hanno saputo rialzare la testa con risultati gradualmente positivi mentre gli altri grandi paesi, come la Germania, incontravano maggiori difficoltà.
Gli anni Duemila, soprattutto nel primo decennio, sono stati per la Spagna particolarmente positivi grazie ad una politica economica aperta, ad un boom edilizio soprattutto nelle zone turistiche, ad una forte immigrazione proveniente in gran parte dall’America latina e quindi di facile integrazione, ad un forte aumento degli investimenti esteri anche grazie all’euro. Dopo un deciso rallentamento, tra il 2008 e il 2012, l’economia spagnola ha ripreso a correre soprattutto grazie agli interventi sul mercato del lavoro e alle riforme fiscali.
Un particolare aspetto della realtà economica spagnola è il ruolo particolarmente positivo che ha avuto la Comunità di Madrid, una delle 17 Comunità della Spagna che godono di una particolare autonomia che si estende al settore fiscale, alla regolamentazione delle attività economiche, alla gestione di settori tipicamente pubblici come sanità, istruzione, trasporti.
Come spiega Diego Sanchez de la Cruz, uno dei maggiori economisti spagnoli, nel suo libro “Il modello Madrid, una rivoluzione liberale 1995-2025” (Ed. Ibl libri, pagg. 206, € 18) “mentre gran parte del mondo occidentale ha intensificato l’intervento dello Stato in tutti i settori economici, sociali e culturali, Madrid ha intrapreso un percorso diverso, fatto di riduzione delle imposte, deregolamentazione, apertura a livello sociale, promozione attiva dell’imprenditorialità e governo limitato.”
Il libro analizza nei particolari i cambiamenti e soprattutto le aperture alle regole del mercato che sono stati attuati negli ultimi anni a Madrid. Si va dalla politica fiscale alle semplificazioni amministrative, dall’apertura di settori come l’istruzione e la sanità alla liberalizzazione di servizi come quelli dei trasporti, taxi compresi. Tutti elementi che hanno peraltro contribuito a rafforzare politicamente, quindi nel consenso popolare, quelle forze moderate di centro che hanno promosso e difeso questa rivoluzione liberale ben temperata.
“Il liberismo di Madrid – si afferma nelle conclusioni – ha prodotto più posti di lavoro, servizi migliori e tasse più basse. Madrid dimostra che se abbiamo a cuore la crescita, la stabilità e le opportunità, dobbiamo affidarci ai mercati liberi.” Una riflessione basata sull’evidenza dei fatti, sull’esperienza di una politica che ha saputo sollecitare la partecipazione e la responsabilità dei cittadini. Ecco l’esempio (liberale) di Madrid