La ricchezza delle nazioni (250 anni dopo). Le celebrazioni per il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America domineranno nei prossimi mesi, insieme alle guerre e ai mondiali di calcio, le cronache da Oltre Atlantico. Certo è giusto ricordare un momento fondamentale per la storia mondiale, non solo dal punto di vista politico. Anche se sarà un evento che permetterà a Donald Trump di pavoneggiarsi con tutto il suo potere e che purtroppo metterà in secondo un altro storico anniversario che cade proprio nello stesso 1776.
Sarà infatti solo qualche cultore della storia economica (ce ne sono così pochi in quest’era della stupidità naturale) insieme a qualche appassionato amante del liberalismo a ricordare che nel marzo di quell’anno venne data alle stampe un’opera che ha anch’essa segnato le grandi scelte economiche e politiche. L’autore era il filosofo ed economista scozzese Adam Smith. Il titolo era “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni”. Un capolavoro che ha segnato l’inizio delle moderne teorie economiche, una pietra miliare che costituisce tuttora uno dei punti di riferimento della cultura economica.
Il libro di Smith, in verità, non costituiva una vera e propria novità sotto il profilo dell’analisi e della proposta economica, ma era quella che potremmo chiamare la prima “summa economica”. Una summa in cui veniva sistematizzato e ordinato il pensiero degli economisti precedenti. E non è un caso che sia passato alla storia soprattutto per una frase su cui sarebbe stata poi costruita la storia del liberalismo: “Non è dalla generosità del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla valutazione che essi fanno dei propri interessi”.
Si tratta tuttavia di una citazione che non riassume certo tutto il pensiero di Smith che non era di fatto portato ad esaltare il profitto come unico motore dell’attività economica. Non bisogna dimenticare che la prima opera dell’economista scozzese è stata la “Teoria dei sentimenti morali” in cui sottolineava come il principio fondamentale della vita debba essere considerato il sentimento della simpatia: gli uomini sono naturalmente portati a giudicare positivamente le azioni che contribuiscono alla socialità costruttiva. Un giudizio che riguarda non solo le azioni degli altri, ma anche le nostre dimostrando che la ricchezza delle nazioni non è solo nel denaro.
La stessa coscienza morale e la motivazione delle scelte non nascono quindi per Smith da principi razionali interiori, ma derivano dal rapporto aperto che l’uomo ha con gli altri uomini e presentano un carattere prevalentemente sociale. Il sentimento della simpatia permette così di introdurre un principio di armonia nell’apparente conflitto tra gli impulsi della generosità e quelli egoistici. Secondo Smith, la felicità di ognuno è possibile soltanto attraverso la realizzazione del bene degli altri. Ecco quindi che colui che viene considerato il fondatore teorico dell’economia di mercato ha le radici del suo pensiero in una visione delle decisioni che ogni persona prende con l’obiettivo della ricerca della felicità condivisa e non semplicemente e unicamente per interessi individuali.
Smith dimostra così che l’economia è una disciplina umana e sociale e non una scienza che risponde alle leggi della fisica o della matematica. Sulla linea di quanto poi ribadito da Keynes che considerava fondamentale un elemento non certo scientifico, quello dell’incertezza per l’influenza che hanno sentimenti ed emozioni.
Così come fondamentale è animare quel circolo virtuoso che può esistere quando la libertà si accompagna all’ordine e l’efficienza alla moralità. Smith vuol incoraggiare a sviluppare un comune sentire fondato sulla libertà naturale: quello che può consentire alle nazioni di diventare più ricche e perciò di avere più ordine e buon governo e con essi la libertà e la sicurezza degli individui.
La ricchezza delle nazioni non è quindi solo nel denaro. Con la consapevolezza che tra moralità ed efficienza non ci può che essere un rapporto biunivoco: una società efficiente, in cui non ci sia spazio per monopoli, lobby e interessi particolari, non può che essere una società che difende i principi morali della libertà e della dignità delle persone, ma che nello stesso tempo deriva proprio dai sentimenti morali questi valori sociali ed economici.
La società americana, a duecentocinquant’anni dalla sua fondazione, ha certamente messo in pratica, magari in parte inconsapevolmente, molti dei principi liberali di Smith. Anche per questo il libro del filosofo scozzese passato alla storia come “La ricchezza delle nazioni” va ricordato (e magari ristudiato senza fermarsi alle facili citazioni).