Perché è necessario rifondare l’università? I dati più recenti confermano che l’Italia è stabilmente agli ultimi posti in Europa per quota di giovani laureati. Nel 2024 la percentuale italiana al 31,6% dei giovani tra i25-34 anni è rimasta molto al di sotto della media europea che è del 44%.
Le ragioni di questa disarmante realtà sono molteplici. Rispetto agli altri paesi la laurea rende meno, i livelli retributivi dei laureati che entrano nel mondo del lavoro non sono esaltanti così come le prospettive di carriera. Quasi un terzo dei laureati ricopre un ruolo per il quale la laurea non serve. C’è poi una percezione largamente condivisa per cui la laurea, e soprattutto i percorsi formativi universitari, siano distanti dalle esigenze del mondo del lavoro. E poi l’università è spesso una realtà chiusa ed autoreferenziale, dove il valore dell’autonomia si disperde nei rivoli degli interessi particolari e delle rendite di posizione.
In questa prospettiva non può sorprendere che tra le cento università migliori d’Europa (secondo il QS World University Rankings, una delle più accreditate classifiche mondiali) figurano solo quattro atenei italiani. Le nostre poche eccellenze sono ben al di sotto della media europea. La prima si classifica al 45esimo posto (è il Politecnico di Milano) seguito dall’Università di Bologna (59esima), dalla Sapienza di Roma (77esima) e dall’Università di Padova (92esima).
Una situazione che non si può certo risolvere con la bacchetta magica. Un problema complesso non può che essere affrontato con coraggio, visione e una logica multidisciplinare non solo e non tanto applicando al sistema universitario le pratiche del management, quanto con una visione unitaria in cui i temi dell’organizzazione si affiancano quelli della competenza e del merito mentre le logiche della formazione non possono che comprendere una continua verifica con l’esterno, con la società, con il mercato, con le traiettorie della ricerca pura o applicata.
La strada per affrontare questi temi la offre Luca Solari nel libro “Università senza futuro” (Ed. Guerini e associati, pagg. 152, € 18,50). Solari, professore ordinario di Organizzazione aziendale presso l’Università degli Studi di Milano ed esperto del funzionamento delle organizzazioni complesse, non usa mezzi termini per mettere a fuoco il problema: “Questa università così com’è non serve, è uno spreco delle risorse di un Paese, forse delle sue risorse migliori, che sono i giovani che la frequentano e i tanti colleghi – ancora non contaminati come chi la abita e percorre da tempo – che fanno una scelta di vita oggettivamente difficile e non remunerativa perché credono nella ricerca e nel sapere”.
Il libro mette in luce i problemi di fondo. C’è il rapporto complesso tra struttura accademica e dimensione organizzativa, così come c’è un problema di selezione del personale e di definizione dei piani di studio. C’è la logica della conservazione del potere così come della definizione degli obiettivi della ricerca. E l’università appare un fortino isolato in cui l’evoluzione organizzativa si ferma davanti alla logica delle tribù e dei diritti acquisiti.
Le proposte di Solari vanno al cuore del problema. E spiegano perché è necessario rifondare l’università. Iniziando dal vertice. “E’ importante – scrive – che la figura del rettore venga ridefinita assegnando in modo esclusivo alcune responsabilità che riguardano ad esempio le priorità strategiche dell’ateneo”. E si potrebbe continuare perché il libro è una miniera di spunti di riflessione. Anche se emerge un giudizio di fondo: l’università italiana è un vecchio monumento, ricco di storia e di valori immutabili. Criticarlo e pensare a un profondo restauro può essere giudicato un delitto di lesa maestà. Un delitto che Luca Solari confessa di commettere con questo libro. Ma è un delitto d’amore.