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I limiti dello sviluppo e le previsioni mancate

In una lettera al Sole 24 Ore, Luca Berardi ha scritto: Caro Fabi, in una discussione tra amici universitari un mio compagno ha sostenuto la tesi secondo cui gran parte delle previsioni fatte nel passato sull’evoluzione del mondo non si sono avverate. E ha citato il rapporto “I limiti dello sviluppo” pubblicato all’inizio degli anni ’70 in cui si prevedeva che le materie prime si sarebbero esaurite in pochi decenni, che l’inquinamento avrebbe provocato una forte crescita della mortalità, che le città sarebbe diventate presto invivibili. E quel rapporto ha avuto una grande risonanza quando venne pubblicato, ma sarebbero bastati pochi anni per dimostrare gli sbagli del catastrofismo a tutti i costi. Come mai autorevoli scienziati hanno sbagliato così clamorosamente le previsioni?
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Ecco la mia risposta
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Gentile Berardi, riassumere i contenuti di quel rapporto, curato dal Mit (Massachusset Institute of Technology) per il Club di Roma, non è certo possibile in poche righe (e comunque su Internet se ne possono trovare ampie sintesi). Bisogna forse sottolineare che lo studio, non aveva l’obiettivo primario di fare delle previsioni, ma soprattutto quello di indicare le tendenze in atto sollecitando una presa di coscienza e di responsabilità da parte delle istituzioni e dei cittadini. Come scrisse nell’introduzione dell’edizione italiana Aurelio Peccei, fondatore e animatore dell’iniziativa, “si trattava di accendere un grande dibattito sui “Dilemmi dell’umanità” e di catalizzare in energie innovatrici la diffusa sensazione che, con l’avvento dell’era tecnologica, qualcosa di fondamentale deve essere modificato nelle nostre istituzioni e nei nostri comportamenti”.
Visto con il senno di poi il rapporto presenta indubbiamente dei punti critici: si pone grande fiducia, per esempio, nella crescita dell’energia nucleare che avrebbe ridotto le emissioni inquinanti dei combustibili fossili, si guarda con preoccupazione alla crescita demografica, ma non si dedica attenzione al fatto che le società occidentali sono destinate ad essere di fronte al problema opposto, quello della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione.
A quasi cinquant’anni di distanza, appare comunque ingenerosa e ingiustificata l’accusa al rapporto di aver sbagliato completamente le previsioni. A parte il fatto che gran parte delle proiezioni avevano una data di riferimento che è ancora lontana, il 2100, potremmo paradossalmente dire che comunque il rapporto ha almeno in parte raggiunto il proprio obiettivo. La finalità infatti era quella di far prendere coscienza che l’intelligenza delle persone e la volontà della politica avrebbero potuto e dovuto intervenire per evitare che la dinamica mondiale venisse lasciata solo ai rapporti di forza, alla volontà di profitto, alle capacità della tecnologia. Tutti elementi che sono strumenti indispensabili, ma che chiedono regole chiare per favorire libertà e responsabilità di ciascuno. Negli anni ’70 quel rapporto, che aveva certamente toni ostentatamente catastrofisti, è stato infatti importante per far riflettere sull’importanza dell’impegno di ogni persona, e in particolare dei governanti, nella sfida della tecnologia e della globalità.
Pubblicato sul Sole 24 Ore dell’11 ottobre