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Un welfare sempre da riformare

Bever
Ci sono voluti due anni per arrivare all’approvazione definitiva in Parlamento, martedì 19 ottobre, del cosiddetto “collegato lavoro” che costituisce una riforma significativa, ma comunque parziale, delle norme sull’occupazione. E non a caso il ministro Maurizio Sacconi ha sottolineato come la vera riforma sarà compiuta con lo statuto dei lavori, di cui si parla da anni, e la cui presentazione è stata promessa alle parti sociali per le prossime settimane.

I due anni, e i sette passaggi parlamentari, che sono stati necessari al varo del “collegato” dimostrano comunque come sul tema del lavoro  la discussione sia aperta, i contrasti siano molto forti, la possibilità di arrivare a soluzioni condivise molto complessa. E dimostrano anche come i tempi parlamentari lascino quanto meno perplessi: nel tempo tra la presentazione del provvedimento e la sua approvazione è passata la crisi più grave dal ’29 ad oggi.

Proprio il lavoro dovrà costituire tuttavia la vera priorità politica per i prossimi anni alla luce di una crescita della disoccupazione che non sembra risparmiare nessuno dei paesi industrializzati e che costituisce una doppia emergenza: in primo luogo personale, per il dramma umano delle persone coinvolte, e in secondo luogo economico perché una riduzione dei redditi porta inevitabilmente con sè non solo una flessione dei consumi e quindi della produzione, ma anche delle imposte e dei contributi in un difficile momento per tutti i bilanci pubblici.

Al di là della notorietà degli illustri accademici il Nobel dell’economia assegnato la scorsa settimana a tre studiosi del mercato del lavoro ha voluto sicuramente dimostrare una particolare attenzione a questa prospettiva economica dopo una lunga serie di premi assegnati ai cultori dell’ingegneria finanziaria. E allo stesso modo può tornare sicuramente utile ripartire dalle idee di colui che viene riconosciuto come uno degli artefici del moderno stato sociale, William Beveridge, lord britannico, autore nel 1942 del piano che porta il suo nome, che collegava strettamente la sicurezza sociale con la piena occupazione. Nei suoi scritti (ripubblicati a cura di Michele Colucci con il titolo “La libertà solidale”) Beveridge sottolineava con forza l’esigenza di quelle politiche attive che devono affiancare e sostenere l’iniziativa individuale: “Per gli esseri umani – scriveva Beveridge – l’ambizione e il desiderio di operare sono incentivi adeguati: gli uomini possono e devono essere guidati dalla speranza.”

Se le proposte concrete di Beveridge vanno lette con il filtro del tempo resta comunque profondamente valida l’ispirazione di fondo: una grande fiducia, da vero liberale, nella responsabilità e nell’intraprendenza delle persone, ma un’altrettanto forte esigenza di uno Stato capace, come istituzione, di porre regole giuste e, se necessario, di intervenire. Quella politica attiva che continua a far parte dell’eredità di Marco Biagi e che il ministro Sacconi, che aveva guidato proprio insieme a Biagi il gruppo di lavoro che ha redatto il libro bianco dell’ottobre 2001, porterà ancora avanti.

……William Beveridge, “La libertà solidale”, Ed. Donzelli, pagg. 194, € 17,50

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 21 ottobre 2010