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Scuola-lavoro, un’alternanza da valorizzare

Il tema dell’alternanza scuola-lavoro è stato al centro delle ultime due rubriche della lettere al Sole 24 Ore che ogni martedì ospita una mia risposta. Un tema importante per il futuro dei giovani, ma anche per la realtà di una scuola che in Italia ha ancora molti punti deboli. Ecco le due lettere e le mie risposte

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I dati sulla disoccupazione giovanile ripropongono drammaticamente l’esigenza di fare tutto il possibile per invertire  l’attuale tendenza negativa. Molto spesso si criticano le imprese per non avere il coraggio di investire direttamente sui giovani, di non proporre loro percorsi di apprendimento e conoscenza  realmente utili a far apprezzare le reali opportunità professionali esistenti nel mondo della ricerca e della scienza. Non a caso cito questi due settori in quanto centrali per il futuro professionale di molti nostri giovani.


Alle imprese si è sempre chiesto di aprire le porte ai giovani per effettuare utilissimi stage di apprendimento e di formazione. Ritiene sufficienti le attuali forme di alternanza scuola-lavoro, forme che pur rinnovate con l’ultima riforma, appaiono ancora limitate nella sperimentazione e deludenti nei risultati. Non sarebbe utile studiare anche altre opportunità, percorsi alternativi, in questa difficile battaglia per rilanciare tra i nostri giovani l’interesse e la conoscenza per il sistema dell’innovazione e della ricerca?
Antonello Negro – Milano
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Caro Negro, è certamente prematuro dare un giudizio sull’efficacia dei  rinnovati percorsi scuola-lavoro entrati in vigore da poco più di un anno e che vanno quindi considerati ancora in fase complessivamente sperimentale. Tuttavia già in questo primo anno oltre il 90% delle scuole statali e paritarie ha avviato progetti di alternanza: un dato più che raddoppiato rispetto al periodo precedente. Le cosiddette “strutture ospitanti” (non solo imprese, ma anche pubblica amministrazione e non profit) hanno visto in prima fila la Lombardia (22%) e il Veneto (14%) mentre nel Mezzogiorno le scuole hanno fatto molta fatica a trovare collegamenti con il mondo del lavoro.
Ma ci sono moltissime iniziative che, in modi anche diversi, stanno cercando di rendere sempre più stretto l’intreccio tra il momento educativo e quello lavorativo. Si può citare l’evento di orientamento allo studio realizzato a metà novembre dalle piccole e medie imprese che nel “Pmi Day 2016” hanno aperto le porte delle fabbriche e degli uffici a migliaia di studenti delle terze classi delle scuole superiori. Così come non mancano le iniziative di singole imprese. Per esempio in Piemonte DiaSorin, gruppo italiano leader mondiale della diagnostica in vitro con sede a Saluggia (Vc), ha lanciato il progetto Mad For Science che premierà i licei scientifici che presenteranno i migliori progetti di sperimentazione scientifica in laboratorio; il premio consisterà nel dotare i laboratori degli strumenti tecnologici e dei materiali necessari agli esperimenti. Un altro esempio è quello degli istituti tecnici e professionali che partecipano al progetto “Traineeship”, promosso da Federmeccanica e Ministero, proprio per favorire una formazione l’alternanza scuola-lavoro: uno degli ultimi accordi è stato formalizzato nei giorni scorsi a Lodi tra l’Istituto tecnico Volta e l’azienda Zucchetti, leader nel software, e si concretizzerà in 400 ore di formazione nell’arco di tre anni per gli studenti delle terze classi. Di esempi se ne potrebbero, fortunatamente, fare moltissimi altri in tutte le regioni italiane. Ci vorrà del tempo per vedere i risultati concreti. Ma è un segnale positivo il crescente, e ricambiato, interesse delle imprese verso un mondo giovanile che è un grande patrimonio proprio in termini di capacità di innovazione e di creatività
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Gentile Fabi, temo che il quadro che lei traccia (Il Sole 24 Ore del 7 febbraio) di questo primo anno di alternanza scuola-lavoro pecchi di ottimismo. Lei cita casi di esperienze positive, ma, tanto per cominciare, mi domando: che senso ha introdurre l’alternanza scuola-lavoro nei licei? Per quanto ne so, in Germania tale istituto è limitato all’istruzione professionale, come è giusto che sia. Inoltre, con la cronica carenza di fondi, come possono gli istituti scolastici italiani raccogliere la disponibilità di aziende, ammesso e non concesso che ve ne siano nelle vicinanze degli stessi, ad ospitare in modo proficuo gli studenti e, nel contempo, cautelarsi dai rischi che sempre vi sono nei posti di lavoro, nonché recuperare i costi della messa a disposizione di proprio personale per seguire i ragazzi? Mia moglie, professoressa in un istituto tecnico, mi dipinge un quadro tutt’altro che rassicurante e la cosiddetta alternanza scuola-lavoro si riduce allo svolgimento di attività che con il mondo del lavoro hanno ben poco a che vedere. Infine, un’ultima considerazione: come conciliare la mancanza di una sufficiente conoscenza della lingua italiana, lamentata da seicento professori universitari – per non parlare di gravi carenze in altre materie – con la sottrazione di ulteriore tempo all’attività didattica?
Giuseppe Mastropietro
Roma
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Gentile Mastropietro, la sua lettera, come altre che ho ricevuto sul tema, è una dimostrazione di come la scuola italiana abbia tanti problemi e uno di questi è quello che potremmo chiamare autoreferenzialità. Una scuola, e quindi docenti e dirigenti, convinta di fare il proprio dovere svolgendo programmi, allargando le conoscenze degli allievi, certificando il raggiungimento di precisi obiettivi di apprendimento. Tutti elementi positivi che tuttavia non sono sufficienti a rispondere non tanto alle esigenze del mondo del lavoro, quanto alle necessità degli stessi giovani di porsi in maniera critica e insieme costruttiva di fronte alla società.
Certo, se l’alternanza scuola-lavoro è semplicemente aggiungere un elemento alla tradizionale programmazione, come una visita a un museo o un corso di cinese, allora non si va molto lontano. Ed appare più che fondata l’osservazione che, se appare complessa l’alternanza nelle scuole tecniche, diventa ancora più difficile realizzare questo obiettivo nei licei.
Il problema tuttavia non è quello di vedere l’alternanza come il luogo dove offrire ai giovani le competenze che a scuola non può o non riesce a dare, ma quello di considerarla come un momento indispensabile per completare un percorso integrale di formazione educativa. In questa prospettiva anche il modello tedesco, che pur resta un esempio,  ha i suoi limiti: lo spiega molto bene Emmanuele Massagli nel libro “Alternanza formativa e apprendistato in Italia e in Europa”, ed. Studium, pagg. 256, € 23).  “E’ da verificare – scrive Massagli – che sia l’apprendistato scolastico così svolto e regolato il dispositivo pedagogico più efficace per affrontare la grande trasformazione in atto. Il mercato del lavoro, infatti, ha sempre più bisogno di collaboratori duttili e adattativi, capaci di affrontare con competenza situazioni estremamente diversificate; ogni strategie formativa orientata alle competenze specifiche e a mestieri delimitati rischia di essere velocemente obsleta, oltre a fornire un pessimo servizio ai giovani che vi si affidano”.
Ecco quindi l’esigenza di valorizzare al massimo le iniziative di alternanza tra scuola e lavoro, ma insieme di prestare una forte attenzione ai processi in corso all’interno del sistema economico e delle singole imprese. Andando ben oltre l’obiettivo di fornire solo competenze tecniche e nozioni comportamentali.