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Salvataggi bancari, c’era una volta il Banco ambrosiano

Che cosa possono insegnare casi come quelli del salvataggio del Banco Ambrosiano negli anni ’80 per risolvere l’attuale crisi di alcuni istituti bancari? E’ questa, in sintesi la domanda che mi ha rivolto un lettore e a cui ho dedicato la risposta sulle pagine del quotidiano martedì 12 gennaio.
Il tema dei salvataggi bancari continua ad essere oggetto di molte lettere al Sole 24 Ore. Al di là dei temi di stretta attualità, che vengono ovviamente approfonditi sulle pagine del quotidiano, i lettori sottolineano soprattutto il fatto che le nuove regole europee sembrano lasciare i risparmiatori meno difesi del passato di fronte alle difficoltà o addirittura al possibile fallimento delle banche.
Bisogna ricordare che rispetto al passato, anche recente lo scenario è completamente cambiato. Negli anni ’70 e ’80 il sistema bancario era dominato dagli istituti pubblici, come le tre banche di interesse nazionale (Credito Italiano, Banca commerciale italiana e Banco di Roma) e cui si aggiungevano grandi banche come la Bnl, il San Paolo di Torino, l’Imi e le piccole o grandi casse di risparmio che facevano sempre capo alla politica, pur se locale. Quasi a far da contorno c’era il sistema delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo oltre a qualche più piccola, ma complessivamente solida esperienza di banca familiare come la Banca Sella di Biella.


Ora il panorama è profondamente cambiato. Con la legge Amato-Ciampi dei primi anni ’90 le Casse di risparmio sono diventate spa, controllate all’inizio delle nuove fondazioni bancarie, le Banche di interesse nazionale sono state privatizzate e attraverso vari intrecci hanno formato i due colossi attuali: IntesaSanpaolo e Unicredit. Le banche popolari sono cresciute molto, anche per successive integrazioni, ed ora le più grandi stanno trasformandosi in società per azioni.
Ma a cambiare è stato anche lo scenario economico con la crisi che dal 2008 ha colpito ad ondate successive il sistema finanziario così come l’economia reale. Se unite la recessione ad una gestione cattiva o clientelare avete le ragioni per cui alcune banche sono andate in crisi.
E in più c’è il fatto che sul sistema bancario non possono decidere in autonomia i singoli Stati. Con l’euro, la creazione della Banca centrale europea e l’avvio dell’Unione bancaria, il mercato del credito è diventato più aperto e insieme più regolato. Gli aiuti di Stato non sono più possibile per non alterare una concorrenza aperta a tutti i paesi europei.
Anche in questa prospettiva vanno lette le vicende, ormai consegnate alla storia, del Banco ambrosiano. Ecco allora la mia risposta pubblicata sul Sole 24 Ore.
“La vicenda del salvataggio del Banco Ambrosiano è certamente un modello di coraggiosa e sapiente gestione di una crisi bancaria. Una vicenda che ha visto la solidale partecipazione in pochi giorni della Banca d’Italia, del Governo e di un gruppo di sette istituti di credito apportando il capitale necessario alla continuità aziendale accollandosi debiti e crediti (tranne quelli esteri) del precedente istituto. Era l’estate del 1982: presidente del Consiglio era Giovanni Spadolini, ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, i sette istituti erano in parte banche pubbliche, Bnl, Imi, San Paolo di Torino e in parte private, la Cattolica dl Veneto, la Popolare di Milano, la San Paolo di Brescia, il Credito romagnolo e il Credito emiliano (quest’ultimo si chiamava allora Banca agricola commerciale di Reggio Emilia e assunse il nuovo nome pochi mesi dopo).
Le vicende che hanno portato alla complesso piano di salvataggio sono raccontate nel libro di Carlo Bellavite Pellegrini “Una storia italiana, dal Banco Ambrosiano a Intesa Sanpaolo” (Ed. Il Mulino, 2013, pagg.564, € 38) e costituiscono la dimostrazione di come da quella storia si possono trarre molti insegnamenti e molte lezioni, ma anche che non si può pensare che basti copiare dal passato per risolvere i problemi attuali. Nel 1982, tra l’altro, il ruolo delle banche pubbliche era ancora rilevante così come la loro divisione in sfere di influenza per esempio con la Bnl assegnata ai socialisti e il San Paolo ai democristiani. Ma in quell’occasione la logica spartitoria ebbe un sussulto di razionalità. E infatti alla presidenza della nuova banca venne (ora possiamo dire, con grande lungimiranza) scelto Giovanni Bazoli, allora vicepresidente della Banca San Paolo di Brescia che rappresentava una delle piccole banche dell’area privata e – sottolinea Bellavite Pellegrini – “proveniva da quella fucina di cultura civile e democratica che era il mondo del cattolicesimo bresciano” .
In quell’occasione fu dato da parte dei protagonisti un grande esempio di voler privilegiare l’interesse generale sugli eventuali vantaggi immediati. Si pensi alla partecipazione attiva di banche, come la Popolare di Milano, che avrebbero potuto avere dei vantaggi dall’uscita di scena di una grande banca concorrente nell’area del capoluogo lombardo.
Il salvataggio dell’Ambrosiano rimane quindi un modello nei valori, nella capacità di gestione nella crisi e nel successivo sviluppo, così come nella tempestività d’intervento. E va dato atto alle banche italiane, allora come oggi, della volontà di operare in un regime di concorrenza, ma in cui resta un valore fondamentale quello della credibilità del sistema.”