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La lezione di Mises sulla sovranità monetaria

“Riprendiamoci la libertà di stampare moneta”: è ormai diventato uno slogan che si sente più spesso nei dibattiti politici in un clima certamente più ispirato alla ricerca di un facile consenso che non all’approfondimento reale dei problemi e della opportunità.

Per contrastare questa tesi non basta far notare che tutti i 140 paesi del  mondo hanno la piena sovranità monetaria, ma questo non aiuta a far sì che i paesi poveri siano meno poveri.  E non serve neppure far notare come un eventuale ritorno alla lira, ammesso che sia tecnicamente possibile, costituirebbe una fortissima penalizzazione per uno degli elementi fondamentali della realtà economica italiana, il risparmio delle famiglie. Certo, una ripresa dell’inflazione a livello degli anni ’70 e ’80 renderebbe più gestibile il debito pubblico, ma è tutto da dimostrare che il taglio della ricchezza delle famiglie, oltre che moralmente inaccettabile, non porterebbe ad una crisi dei consumi ancora più forte di quella attuale.

E’ significativo che un economista fortemente critico verso le politiche monetarie delle banche centrali (anzi critico dell’esistenza stessa delle banche centrali) come lo spagnolo Josè Antonio de Aguirre apra il suo libro “Le lezioni della crisi economica” (Ed. Rubbettino, pagg. 180, € 13) con un lungo elenco delle monete nazionali e con un aneddoto a proposito del grande economista Ludwig von Mises, uno dei maggiori esponenti della scuola austriaca che dire liberale è dire poco.

L’elenco delle monete nazionali è preceduto da una citazione di J. S. Mills: “permane tanta barbarie nei rapporti tra i paesi più civili che quasi tutti i paesi indipendenti preferiscono affermare la propria nazionalità conservando, a discapito di se stessi e dei propri vicini, una propria moneta”. E dall’inizio del Novecento, aggiunge De Aguirre “la barbarie non ha fatto altro che aumentare” fino a che non  arrivata la moneta unica europea che tuttavia si è scontrata con il grande rischio dei crediti bancari.

Ma veniamo a Mises. All’inizio degli anni ’20 in Austria, così come in Germania, i prezzi aumentavano mensilmente di circa il 50%. Il Governo si rivolse per una consulenza a Mises, allora capo della Camera di commercio di Vienna. “L’illustre economista – racconta de Aguirre – ha ascoltato le preoccupazioni degli incaricati del Governo dando poi loro un successivo appuntamento per le undici di notte nel suo ufficio. Nonostante lo stupore i visitatori si sono presentati puntualmente all’incontro. Giunto il momento Mises li ha invitati ad ascoltare attentamente il rumore proveniente dall’esterno, che nel silenzio della notte era prodotto dalle macchine che stampavano le banconote. Grazie alla prossimità dell’ufficio dell’economista tutto si percepiva chiaramente. A quel punto non è stato difficile a Mises suggerire che, se il Governo avesse voluto frenare il processo di inflazione, la cosa più sicura e più semplice da fare sarebbe stato ordinare alla tipografia di non stampare ulteriori banconote”.

La solidità e la capacità di crescita di un sistema economico non dipendono dalla quantità di moneta a disposizione, ma dalla produttività, della capacità di innovazione, dalla creatività, dal sapere offrire servizi efficienti, dalla libertà di iniziativa e da tanti altri fattori che hanno poco a che fare con la moneta.

Questo non vuol certo dire che la moneta unica e la Banca centrale europea siano il migliore dei mondi possibili. Anzi. Come sottolinea de Aguirre le banche centrali e la politica hanno mancato di fare il loro dovere lasciando che si espandesse un sistema bancario ombra che ha inondato i bilanci di attività finanziarie tossiche e ha disarticolato i sistemi nazionali di credito. Negli anni in cui si realizzava la moneta unica nessuno aveva immaginato questo problema: e infatti il progetto di unione bancaria e di vigilanza unica si è fatto avanti solo dopo l’esplosione della crisi. E comincia a farsi strada anche l’esigenza di una maggiore solidarietà economica sotto una più costruttiva unione politica. Passi positivi guardando in avanti anche perché la strada dell’unione europea è stata certamente ricca di errori. Ma non è il caso di farne altri. Come sarebbe il tornare indietro.