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I giovani e il lavoro, paradossi e illusioni

C'è un elemento di fondo nella realtà dei giovani italiani: una posizione costantemente agli ultimi posti in Europa nelle diverse classifiche sociali ed economiche. Da un profilo demografico l'Italia è il paese con l'età media più alta; dal profilo educativo c'è la maggiore insoddisfazione su come la scuola prepara al mondo del lavoro; dal profilo sociale c'è l'età più alta con cui si esce da casa, ci si sposa, si fa il primo figlio; dal profilo dell'occupazione c'è la più alta quota di Neet, cioè di giovani che non studiano, non lavorano, non seguono corsi di formazione.

Il Rapporto Giovani 2013, curato dall'Istituto Giuseppe Toniolo e presentato lunedì mattina a Milano, non costituisce tuttavia solo un grido di allarme sottolineando puntualmente tutti questi elementi. Ma, come ha sottolineato il prof. Alessandro Rosina dell'Università cattolica, tra i giovani c'è una forte coscienza delle difficoltà, c'è una grande attenzione verso le nuove tecnologie, c'è la volontà di giocare tutte le carte, compreso l'andare all'estero, pur di trovare un'occupazione secondo i propri desideri.

E di fronte a questo che cosa fa la politica? Alla presentazione ha partecipato il prof. Carlo Dell'Aringa, una lunga esperienza all'Università cattolica e attualmente sottosegretario al lavoro. "Una risposta concreta – ha detto – potrà venire solo dalla crescita economica, ma restiamo comunque fiduciosi sugli effetti positivi degli incentivi economici che prevedono l'annullamento dei contributi sociali per le aziende che assumono giovani a tempo indeterminato". 

Certo gli incentivi vanno bene, ma non potranno che avere l'effetto  di limitare i sintomi, non certo di curare la malattia. Alla base di tutto infatti c'è un calo demografico che non può essere considerato come ineluttabile, anche perchè ci sono tutte le condizioni perchè l'Italia possa recuperare i numeri perduti rispetto agli altri paesi. Ma paradossalmente di politiche demografiche si parla molto poco, quasi per nulla. Eppure la stagnazione economica nasce proprio dalla stagnazione della popolazione e così la crescita economica non può che partire da questo problema. E quindi gli incentivi dovrebbero andare anche alle famiglie, premiando sostanzialmente quelle con più figli. Altrimenti le politiche sociali si trasformeranno facilmente in illusioni. 

  • franco |

    Secondo questa teoria senza crescita demografica non c’è crescita economica.
    Allora dovrebbe spiegare come mai paesi come Svizzera, Austria, o come la stessa Germania con tassi di crescita della popolazione molto bassi ed anche inferiori all’Italia abbiano una crescita economica costante.
    Il problema è su cosa si investe. Se si investe solo sull’immobiliare come volano della crescita come si è fatto nell’ultimo decennio è inevitabile la crisi, essendo il manufatto edilizio un prodotto che non può essere prodotto illimitatamente e non è esportabile. Altri Paesi che hanno investito nell’innovazione dei prodotti e dei sistemi produttivi (vedi Germania) non hanno subito la crisi come noi e come la Spagna dove si è investito tutto sull’edilizia alimentando una bolla immobiliare senza precedenti.

  • dino |

    Per questo dovremmo avviare politiche all’avanguardia in tema d’integrazione…. Tanti giovani immigrati sono prolifici, i propri figli studiano nelle nostre scuole con profitto e merito…. questa gente è una grande opportunità per il nostro paese e noi stiamo ancora a ragionare secondo logiche fasciste e novecentesche se concedergli o meno la cittadinanza : eccoli gli italiani di oggi, sciovinisti, schizzinosi e coglioni….

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