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Tutto il bello del commercio

Bernstein
Nel marzo del 1815, pochi mesi prima della battaglia di Waterloo,  Londra fu investita da una serie di proteste popolari che sfociarono addirittura in un assedio alle case di ministri e parlamentari. Motivo delle proteste la corn law, la legge con cui si proibiva qualsiasi importazione di cereali qualora il prezzo fosse sceso sotto gli 80 scellini per quarto di tonnellata: una classica misura protezionistica volta a garantire gli interessi di ricchi latifondisti, che contavano su potenti gruppi di pressione, e che ottenne come risultato quello di “impedire l’entrata di cereali dall’estero e costringere così i poveri d’Inghilterra a comprare il pane quotidiano a un prezzo gonfiato artificialmente”.

E’ questi uno dei tanti esempi ricordati da William J. Bernstein, economista americano, nella sua storia del commercio mondiale (“Il lauto scambio”). Un esempio tra i più significativi: non solo perché quella legge è stata una dei più chiari esempi di distorsione del mercato a tutto svantaggio dei consumatori, ma anche perché uno dei più forti oppositori fu David Ricardo, a cui si deve la prima formulazione di quella teoria dei vantaggi comparati che costituisce uno dei pilastri dell’economia moderna. E questo – sottolinea Bernstein – “anche se le conclusioni a cui arrivò Ricardo si rivelarono troppo oscure per i lettori dell’epoca e ancora oggi la legge del vantaggio comparato viene spesso fraintesa”.

Eppure nel circolo virtuoso della crescita economica  dovrebbe stare in primo piano proprio la ricerca delle condizioni per ottenere il più razionale utilizzo delle risorse. Ma la vista corta sul breve termine e sui benefici immediati si associa spesso agli interessi delle più potenti lobby e costituiscono elementi tali da condizionare le scelte politiche dei Governi e dei Parlamenti. E ora non bisogna pensare al protezionismo solo come elemento di difesa da prodotti e produzioni provenienti da altri paesi: l’apertura agli scambi internazionali costituisce ormai un dato di fondo ormai largamente acquisito, almeno nei propositi, anche grazie ai passi avanti compiuti, soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, nell’ambito delle intese internazionali.

Il protezionismo sta anche nelle liberalizzazioni a metà, nella difesa delle posizioni di monopolio, nelle tariffe minime o obbligatorie, negli appalti truccati e nei contratti di favore. E così dalla grande storia del commercio mondiale si può trarre comunque una conclusione: il libero mercato è meglio. E per di più nella maggior parte dei casi i vantaggi che si possono ottenere attraverso meccanismi di specializzazione produttiva appaiono decisamente superori ai costi che possono essere sostenuti per “compensare i perdenti”, cioè gli oneri per limitare le ricadute sociali per la maggiore disoccupazione che si dovesse creare nel breve termine. Un’ipotesi avanzata già da John Stuart Mill nel 1825 e almeno in parte fatta propria quasi due secoli dopo da un’economista come Jagdish Bhagwati che ha scritto un saggio dal titolo inequivocabile: “Elogio della globalizzazione”. Come dire: il liberismo non solo afferma con i fatti la propria superiorità, ma considera naturale una politica attenta alla socialità.

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William J. Bernstein “Il lauto scambio”, Ed. Tropea, pagg. 512, € 24,90….

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Pubblicato sul Sole 24 Ore del 22 luglio