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L’attualità del pensiero di Rosmini

Il 28 agosto sono stato invitato a tenere una relazione dal titolo "La persona, l'educazione, l'informazione, l'economia" al decimo corso dei Simposi rosminiani "Educare come?" organizzato dal Centro internazionale di studi rosminiani di Stresa nell'ambito del progetto culturale della Conferenza episcopale italiana. Ecco il testo.

 

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Rosmin
Il compito che mi avete affidato è particolarmente impegnativo: perché i due temi di fondo, quello dei giovani e dell’educazione da una parte e quello dell’economia e dell’evoluzione sociale dall’altra, costituiscono due vere e grandi emergenze in particolar modo per la società attuale. La nostra peraltro è una realtà in cui i temi dell’educazione e dell’economia sono strettamente collegati dalla crisi di valori che non a caso viene indicata come uno degli elementi di fondo che hanno provocato il terremoto finanziario che ha sconvolto l’economia globale, con la più grave recessione dopo il 1929.

Ed è altrettanto coerente e appassionante che questi temi vengano visti anche nell’ottica del sistema di informazione che condiziona, positivamente e, purtroppo spesso, negativamente, lo sviluppo umano, sociale ed economico delle persone.   

Ma, per fortuna, insieme a questi temi problemi di fondo mi avete dato anche una chiave di lettura, un filo d’Arianna capace di indicare una strada, di lasciar intravedere una soluzione: è il pensiero di Antonio Rosmini, un pensiero che proprio in questi anni dimostra la sua grande capacità di analisi, il suo spirito profetico, la sua capacità di guardare alla centralità della persona come motore della società.   

E’ significativo pensare a come si sarebbe posto oggi Rosmini di fronte ad una crisi economica come quella attuale, una crisi che gli economisti non hanno saputo prevedere e che stentano ancora a comprendere fino in fondo. E allora emerge con chiarezza il giudizio secondo cui ogni squilibrio è determinato da una perdita di valori della società. E c’è un significativo anello di congiunzione tra economia ed educazione: per Rosmini ogni male sociale ha la sua origine nella carenza morale del vivere civile. A questa carenza vi è un solo rimedio: l’educazione. Tuttavia non vi può essere educazione dove domina la povertà e l’emarginazione; e non si può vincere la povertà se non si punta decisamente sull’educazione. Il cammino della cultura, delle scoperte e delle innovazione scientifiche e tecnologiche possono far crescere la società solo come fine si pongono il bene morale delle persone.

Rosmini visse in un periodo in cui la rivoluzione industriale iniziò a segnare la dimensione sociale. La sua famiglia possedeva a Rovereto una manifattura e filatura di seta che arrivò ad occupare quattromila persone: una grande impresa, soprattutto per quei tempi, un’azienda in cui si vedeva tutti i problemi legati alla condizione operaia, al lavoro manuale e ripetitivo, alla variabilità delle condizioni di mercato.

Anche per questo Rosmini, pur non dedicando nessuna opera specifica all’economia, ha dimostrato di avere una sensibilità particolare verso i temi dell’economia, sia negli aspetti generali della supremazia dell’economia di mercato, sia in quelli particolari come la lotta alla povertà e l’integrazione, ora di grande attualità, tra le logiche di mercato e quelle non profit, come afferma con chiarezza (come vedremo) l’ultima enciclica Caritas in veritate.

Rosmini è stato forse uno dei pochi filosofi dell’Europa continentale ad aver guardato al nuovo sviluppo economico con un atteggiamento sostanzialmente positivo pur tenendo conto dei costi umani e sociali che la rivoluzione industriale stava facendo emergere. E infatti una delle sue maggiori preoccupazioni era il pericolo che l’Europa moderna fosse attirata sulla strada del progresso economico perdendo di vista i propri valori etici e soprattutto la propria identità spirituale. Se pensiamo al dibattito di questi ultimi mesi sulle radici cristiane dell’Europa non possiamo dimenticare come Rosmini pensasse che la perdita dell’anima europea avrebbe infine portato al deperimento dell’economia in se stessa.

E proprio partendo dal concetto di radici, e quindi di identità, si può comprendere come al centro della società non ci possono essere le ideologie, ma si deve ritrovare sempre e unicamente il valore della persona.

Con un elemento in primo piano, quello della libertà intesa come “esercizio non impedito dei propri diritti, diritti che sono anteriori alle leggi civili” [1]. E uno dei primi diritti è quello della libertà d’insegnamento, una libertà tutt’altro che scontata se pensiamo al dibattito di queste ultime settimane dopo la sentenza del Tar del Lazio che ha escluso gli insegnanti di religione dalla valutazione dei crediti formativi nell’ambito dell’istruzione pubblica.

Nella stessa “Filosofia della politica” Rosmini ricorda: “La rivoluzione francese nello stesso tempo che distrusse molti abusi, ebbe per effetto di creare il dispotismo de’ Governi civili al più alto punto, di concentrare in essi tutti i poteri con assoluta negazione de’ limiti morali, e d’insegnar loro a confiscare con molt’altri diritti naturali anche quello della libertà d’insegnamento. In questo modo i Governi istituiti per la tutela dei diritti di tutti gli uomini, diritti che preesistono per natura e per ragione all’istituzione dei civili Governi, divennero i più tremendi nemici di tali diritti, che a se soli riserbarono, spogliandone le intere nazioni”.

C’è in questa posizione estremamente chiara una precisa denuncia di un rischio che, soprattutto nella società attuale, sembra crescere e approfondirsi: il rischio che, alla luce di una malintesa volontà di non discriminare nessuno, lo Stato si arroghi il diritto di essere l’unico titolare del diritto di educare. Basta leggere il commento di Eugenio Scalfari su Repubblica del 15 agosto in cui si afferma che l’insegnamento della religione “non può che consistere in una storia comparata delle tre religioni monoteistiche che hanno in Abramo il loro ceppo comune” con insegnanti “scelti attraverso pubblico concorso” senza alcun “placet” da parte delle autorità ecclesiastiche perché questo rappresenterebbe una “violazione della laicità”.

Alla base di queste certezze che considerano del tutto ininfluente il fatto che oltre il 90% delle famiglie abbiano iscritto i figli alla tradizionale ora di religione sta un illuminismo metodologico che considera lo Stato superiore e precedente all’individuo e l’educazione come una somministrazione di nozioni che tenga ben lontani, come dei pericoli da evitare, quei criteri di giudizio che stanno invece alla base di un vero spirito pedagogico, così come la capacità di riconoscere i valori, di dividere il bene dal male, di conoscere la verità sull’uomo e sul suo destino.

Le certezze illuministiche, di cui gran parte dell’informazione in Italia si fa spesso acriticamente portatrice, sono all’esatto opposto non solo e non tanto di un approccio cristiano al tema dell’educazione, ma anche ad una corretta formazione di quella logica democratica che dovrebbe invece stare alla base del contratto sociale che sostiene la legittimità dello Stato. Fatti salvi i diritti delle minoranze non vi è nessuna ragione logica perché i cittadini non possano chiedere allo Stato di garantire un servizio come quello della formazione religiosa secondo i principi della Chiesa. C’è un nuovo assolutismo che si manifesta quando i valori di laicità divengono elementi per emarginare e soffocare ogni espressione religiosa. “Il secolo XVIII, scrive Rosmini commentando la Rivoluzione francese, è un secolo di dottrine materiali. Abbandonate, vilipese e quasi annientate le scienze che riguardano lo spirito, egli si è tutto applicato esclusivamente a coltivar quelle che riguardano la materia”[2] .

La rivoluzione francese è proprio vista dal roveretano come una giusta rivolta della società civile contro l’assolutismo, una rivolta che tuttavia ha preso la strada dell’indiscriminata libertà dei singoli diventando prima anarchia per poi trasformarsi di nuovo in tirannia. Fondamenti positivi, come la volontà di partecipazione, la lotta contro i privilegi, la fine delle divisioni in caste e nobiltà, hanno tuttavia poi dato spazio a dispotismi e ulteriori discriminazioni come la negazione della stessa libertà di insegnamento da parte della Chiesa.

Anche per questo il concetto di libertà attraverso costantemente le riflessioni di Rosmini: dalle “Cinque piaghe della Santa Chiesa” alla Teodicea il valore della persona e della sua libertà può essere considerato il filo conduttore di un pensiero in cui la dimensione cristiana diventa valore civile.

Rosmini parla[3] di “civilissima religione del Cristo” perché posta a fondamento della libertà, in tutte le sue forme, una libertà che è essa stessa fondamento di civiltà. Ma senza dimenticare che senza un fondamento religioso gli stessi diritti dell’uomo non avrebbero una base stabile e sicura.

Ecco quindi la necessità che la libertà di educazione divenga libertà della Chiesa di insegnare. “I padri di famiglia, scrive Rosmini[4], hanno dalla natura e non dalla legge civile il diritto di scegliere per maestri ed educatori della loro prole, quelle persone nelle quali ripongono maggior confidenza. Questo diritto generale contiene i diritti speciali seguenti: 1) di far educare i loro figli in patria o fuori, in scuole ufficiali o non ufficiali, pubbliche o private, come stimano meglio al bene della loro prole; 2) di stipendiare appositamente quelle persone nelle quali essi credono di trovare maggiore probità, scienze ed idoneità; 3) di associarsi ad altri padri di famiglia istituendo scuole dove mandare insieme i loro figli”.

Tradotto nel linguaggio corrente della politica queste indicazioni di Rosmini vogliono dire essenzialmente una cosa: il buono scuola. Cioè la possibilità che lo Stato renda effettiva la libertà sia di insegnare, sia di apprendere finanziando allo stesso modo tutte le famiglie, lasciando loro una piena libertà di scelta non solo nel piccolo spazio dell’ora di religione, ma nell’insieme dell’offerta educativa. Libertà d’insegnamento vuol dire porre la scuola pubblica e quella privata sullo stesso piano, sollecitando peraltro una costruttiva competizione verso una sempre migliore qualità dell’istruzione.

Se siamo convinti che non si possa che partire dall’unità della persona, da una visione dell’educazione come percorso verso una sempre maggiore maturità umana e sociale, allora non si può che escludere un’educazione che non abbia sempre e costantemente sullo sfondo i principi morali e i valori etici che sono presenti in embrione nella natura umana, ma che acquistano pienezza solo nell’incontro con l’esperienza cristiana.      

L’istruzione resta una delle maggiori risorse per migliorare l’uomo. Ed è significativo che proprio una delle cinque piaghe della Santa Chiesa sia stata indicata da Rosmini nella scarsa formazione del clero con l’abdicazione dei vescovi dal loro primario ufficio di maestri. Ed altrettanto significativo che Papa Benedetto XVI abbia proprio nei giorni scorsi richiamato all’esigenza di una formazione permanente del clero sottolineando soprattutto “la necessaria continuità tra il momento iniziale e quello permanente della formazione”. “Questo per noi – ha detto Benedetto XVI – è un vero punto di partenza per un’autentica riforma della vita e dell’apostolato dei sacerdoti, ed è anche il punto nodale affinché la ‘nuova evangelizzazione’ non sia semplicemente solo uno slogan attraente, ma si traduca in realtà[5]”.

La formazione deve partire dall’educazione alla giustizia, alla bellezza e alla bontà; in altre parole, i giovani vanno educati alla “libertà” e alla costante applicazione dei criteri di giudizio morale per giudicare la realtà. L’uomo può e deve tendere alla perfezione, ma il perfettismo (così come l’utopia) non è di questo mondo: ma non per una incapacità umana, quanto per quella dimensione del peccato originale che solo l’incontro con il Cristo può affrontare e sciogliere.

È libero, secondo Rosmini, colui che esercita la virtù, colui che sviluppa tutte le proprie capacità e potenzialità ricercando sempre e solo il bene morale. È il bene morale che consente ad ogni soggetto umano di avere il massimo rispetto di sé stesso, rifiutando ogni eccesso e evitando atti o parole che possano ostacolare la libertà altrui (ingiustizie, disuguaglianze, soprusi).

Solo colui che rispetta e promuove lo sviluppo culturale ed economico di tutti i settori sociali può realizzare una propria crescita personale, dato che nel solo bene morale risiede il vero progresso reale. E’ quindi necessario ripartire dai valori e dalla centralità dell’essere, indirizzando al bene della persona ogni azione civile, sociale ed economica.

E proprio dal profilo economico viene un’altra importante lezione dal pensiero rosminiano. Sicuramente Rosmini aveva studiato e approfondito gli scritti degli economisti classici, da Adam Smith a Jean-Baptiste Say, grandi teorici dell’economia di mercato. Ma molti passaggi dei suoi scritti, senza dimenticare la sua esperienza concreta alla Parrocchia di San Marco nel centro storico di Rovereto, lasciano intravedere una forte influenza dei pensatori italiani che nel Settecento fondarono quella che venne chiamata l’economia civile: quando nel 1753 l’Università di Napoli istituisce la prima cattedra al mondo di economia, chiamandovi a ricoprirla l’abate Antonio Genovesi, la denominazione adottata è proprio “economia civile”. E d’altro canto, l'opera fondamentale del Genovesi ha per titolo "Lezioni di economia civile", con una nozione che ora è stata riportata in primo piano soprattutto grazie alle opere di Stefano Zamagni e Luigino Bruni. 

In questa visione, che peraltro ha trovato una convinta adesione dell’enciclica “Caritas in veritate”, si guarda alla positività del mercato, come strumento di regolazione degli scambi e di tensione al miglioramento dell’efficienza dell’economia, ma si guarda come complemento necessario alla possibilità di introdurre non a fianco, ma all’interno delle logiche di mercato, elementi di gratuità che possano rendere sempre più umana la dimensione economica. 

Il terzo settore, cioè il non profit e il volontariato, è considerato elemento sostanziale dell’economia civile. Concretamente attribuendogli due compiti, fondamentali ed urgenti: da un lato, quello di concorrere ad umanizzare l'economia, dall’altro lato quello di rendere più concrete ed efficaci le ragioni della libertà. Per questo tuttavia il pluralismo deve essere difeso non solo nella sfera del politico, il che è ovvio, ma anche in quella dell’economico. Pluralista, e dunque democratica, è l’economia nella quale trovano posto più principi di organizzazione economica, da quello della ricerca del profitto a quello di reciprocità, a quello di ridistribuzione.

Anche perché in una società autenticamente liberale è la competizione effettiva tra soggetti diversi di offerta, vale a dire tra modi diversi di fare impresa, a delineare i diversi modi di organizzare il lavoro e produrre beni e servizi. La competizione di cui tanto si parla oggi, deve essere a 360°, non solo a livello di prodotti, ma anche a livello di produzione. Sempre più i consumatori sono interessati, non solo alle caratteristiche oggettive dei beni e servizi di cui hanno bisogno, ma anche ai modi di produzione degli stessi. Non è solo la qualità dei prodotti finiti che viene apprezzata, ma anche la qualità dei processi produttivi attraverso i quali quei prodotti sono ottenuti.  C’è una responsabilità sociale delle imprese che sempre più sensibilmente influenza le scelte e i comportamenti degli imprenditori e dei consumatori.

E infatti la “Caritas in veritate” afferma: “La Chiesa ritiene da sempre che l’agire economico non sia da considerare antisociale. Il mercato non è, e non deve perciò diventare, di per sé il luogo della sopraffazione del forte sul debole. La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani. È certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti, l'economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dell'uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per sé stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale.[6]

E ancora: “La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o « dopo » di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all'attività dell'uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente.

Per concludere la citazione dell’enciclica: “Nell'epoca della globalizzazione, l’attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. Si tratta, in definitiva, di una forma concreta e profonda di democrazia economica.”[7]

Il pensiero economico di Rosmini ha anticipato per molti aspetti queste valutazioni.

L’anno trascorso tra il 1834-35 come parroco di San Marco a Rovereto, è, come ricordavo, molto indicativo al proposito. Il filosofo trentino presta particolare attenzione ai poveri, li aiuta materialmente, costruisce un modello razionale di sostegno alle famiglie per consentire a ciascuna un minimo vitale per la dignità della persona. La stessa cosa, fatte le debite proporzioni, di quanto hanno fatto alcuni vescovi in questi ultimi mesi che hanno creato fondi per assistere le famiglie in difficoltà a causa della crisi economica e la perdita dei posti di lavoro.

Anche se va subito detto che Rosmini va oltre questo approccio: gli aiuti materiali, in pratica la beneficenza, sono importanti, ma parallelamente è necessario andare alle radici della povertà rimuovendo gli ostacoli non solo culturali, ma anche psicologici e morali. Rosmini sembra in molti punti anticipare alcune tesi portate avanti dal Nobel per l’Economia del 1998, Amartya Sen e la sua teoria di “approccio delle capacità” dove si sottolinea la necessità di superare il concetto puramente materiale di uguaglianza sia perché la disuguaglianza fa parte della realtà umana, sia perché va garantita come un valore superiore quello della libertà.

Sen attacca la “potente retorica dell’uguaglianza”, che trova il suo punto di forza nella nota asserzione per cui “tutti gli uomini nascono uguali”. Sen è convinto infatti che gli individui siano del tutto diversi gli uni dagli altri e che il necessario cammino verso la crescita sociale ed economica deve valorizzare e non limitare il valore della libertà.

E questo perché solo la libertà può essere il terreno su cui si sviluppano quelle capacità morali che costituiscono le motivazioni ultime della vita umana e della produttività economica. Lo spunto alla crescita viene così dato da quel “pungolo morale santissimo del proprio dovere che più utilmente d’ogni altro antivede e provvede alle necessità avvenire della società domestica e civile”[8].

C’è un legame continuo negli scritti di Rosmini tra la condizione umana e la possibilità di un progressivo miglioramento attraverso un’educazione che faccia raggiungere a ciascuno il massimo potenziale delle proprie capacità. E il più grande vantaggio che può essere offerto all’uomo non è di dargli il bene, ma di rendere possibile che egli stesso sia l’autore di questo bene. L’intervento dello Stato, doveroso per affrontare i casi più clamorosi di ingiustizia sociale, deve comunque restare limitato, temporaneo ed eccezionale: un intervento che va esercitato “con prudenza” e affiancato comunque sia a un coerente sostegno alla beneficenza privata, sia ad azioni che stimolino ciascuno a mettere a frutto le proprie capacità.

Siamo forse lontani, nel pensiero di Rosmini, dalle recenti evoluzioni del “welfare state”, ma si può dire che Rosmini in qualche modo anticipi alcuni temi che fanno parte dell’attuale dibattito sull’evoluzione verso una “welfare society”. Non esiste in Rosmini la parola “sussidiarietà”, ma la sua visione della società va molto vicino: lo Stato non deve lasciare affondare il cittadino, ma neanche sollevarlo di peso dai suoi guai: suo compito offrire un appiglio, un punto di partenza che gli permetta di risollevarsi, lasciandogli però il compito di sollevarsi principalmente con le proprie forze. Si tratta di una bontà forte, diversa dal “buonismo” che invece è una bontà debole e controproducente. La sussidiarietà inoltre non ha paura della libera competizione, favorisce lo svilupparsi delle energie in tutte le realtà sociali, purché sia garantita l’eguaglianza delle condizioni.
    La difesa del diritto di libertà quindi, ma insieme il solido ancoraggio dei principi morali; il valore della concorrenza e del mercato, ma insieme un ruolo  dello Stato per garantire regole certe e l’uguaglianza di fronte alla legge; una forte critica allo statalismo, al dirigismo, al collettivismo, ma insieme il sostegno a una politica economica capace di fondare un equilibrio dinamico tra i fattori materiali e quelli culturali e morali. Lo Stato non può avere come obiettivo quello di un’uguaglianza attraverso la ridistribuzione delle ricchezze: “La beneficenza governativa, ha scritto Rosmini, può riuscire, anziché di vantaggio, di gr
ave danno, non solo alla nazione, ma alla stessa classe indigente che si pretende beneficiare: nel qual caso invece di beneficenza è crudeltà”[9].

Ci sono in Rosmini tutti gli elementi di un moderno liberalismo democratico che si coniuga peraltro coerentemente con la dottrina sociale della Chiesa che come ricorda ancora la “Caritas in veritate”, ha un suo specifico apporto da dare, che si fonda sulla creazione dell’uomo “ad immagine di Dio” (Gn 1,27), un dato da cui discende l'inviolabile dignità della persona umana, come anche il trascendente valore delle norme morali naturali”. E’ solo così che lo sviluppo può diventare integrale. Ancora la “Caritas in veritate”: “La verità e l'amore che essa dischiude non si possono produrre, si possono solo accogliere. La loro fonte ultima non è, né può essere, l'uomo, ma Dio, ossia Colui che è Verità e Amore. Questo principio è assai importante per la società e per lo sviluppo, in quanto né l’una né l'altro possono essere solo prodotti umani; la stessa vocazione allo sviluppo delle persone e dei popoli non si fonda su una semplice deliberazione umana, ma è inscritta in un piano che ci precede e che costituisce per tutti noi un dovere che deve essere liberamente accolto. Ciò che ci precede e che ci costituisce — l’Amore e la Verità sussistenti — ci indica che cosa sia il bene e in che cosa consista la nostra felicità. Ci indica quindi la strada verso il vero sviluppo.[10]

Ma a questo punto possiamo e dobbiamo chiederci: quale spazio hanno questi temi e queste prospettive all’interno dell’attuale sistema d’informazione? Una domanda centrale perché l’informazione è un momento fondamentale dell’educazione, del modo con cui la persona si pone relazione con il mondo esterno, soprattutto della visione che ciascuno può avere della propria responsabilità e della possibilità di mettere a frutto i propri talenti nel sistema sociale ed economico.

E allora non possiamo che sottolineare due elementi della realtà italiana: da una parte l’assoluto predominio dell’informazione televisiva nella formazione dell’opinione pubblica, dall’altra la fortissima prevalenza (certamente con qualche lodevole eccezione) dei modelli laicisti e materialisti nella dimensione culturale di riferimento del sistema informativo italiano.

Abbiamo già visto, citando un giornale come “La Repubblica”, come una visione illuministica possa tentare di imporre modelli di società apparentemente egualitari, ma sostanzialmente antidemocratici. E non possiamo non sottolineare come nella metodologia dell’informazione siano stati abilmente collocati meccanismi semantici che sostanzialmente contraddicono i valori morali. Un esempio: si parla ormai correntemente di “diritti civili” con riferimento all’aborto e alle pillole abortive, così come si parla di “laicità” per giustificare l’esclusione di qualunque riferimento religioso.

Il sistema di riferimento culturale dell’informazione italiana si muove proprio lungo i parametri dei “diritti civili” e della “laicità”: e questo è vero per la stampa, ma è ancora più vero per un’informazione televisiva in cui prevale quell’effetto spettacolo che rende del tutto naturale la violenza, che giustifica la mancanza di regole e di principi morali, che sacrifica ad una estetica formale quello che viene considerato un ingombrante richiamo dei valori etici.

All’insegna della superficialità e dell’evasione la televisione di oggi si trasforma in esaltazione del relativismo individualistico. Se Rosmini scrivesse ora le cinque piaghe dell’Italia sicuramente metterebbe tra i più gravi problemi sociali quello della televisione e non solo per il conflitto di interessi che nel sistema televisivo ha la sua massima evidenza.

Proprio ieri è stata resa nota una ricerca condotta dall’associazione “Comunicazione per bene” tra 150 sociologi e psicologi: ne esce una televisione che si caratterizza per l’assenza di qualità, per il disinteresse verso i bambini, per la volgarità: in fondo per essere una “cattiva maestra”.

L’Italia è diventata la dimostrazione più palese di come fosse drammaticamente profetica l’analisi di Karl Popper su come la televisione potesse trasformarsi in una cattiva maestra soprattutto dove la competizione portasse ad abbassare sempre di più la qualità dei programmi e la dose di violenza da gettare in pasto ad un pubblico indifferenziato. Molto del disagio sociale di questa nostra Italia va addebitato al piccolo schermo e a chi lo governa: se manca l’ancoraggio sui valori della persona allora tutto diventa possibile. Come diceva il card. Giacomo Biffi: quando non si crede in Dio si è disposti a credere a tutto.


[1] Raccolta nell’antologia “Personalismo liberale” a cura di Dario Antiseri e Massimo Baldini

[2] Della sommaria cagione

[3]  Filosofia del diritto

[4] Della libertà d’insegnamento

[5] Discorso a Castelgandolfo 19 agosto 2009

[6]  Caritas in veritate, cap. 36

[7]  Caritas in veritate, cap. 38

[8] La società e il suo fine, filosofia della politica

[9]  Filosofia della politica

[10] Caritas in veritate cap. 52