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Libri/Ostaggi dello Stato

Perché l’Italia è, da anni, il fanalino di coda per la crescita tra i Paesi europei? «La madre di tutte le cause è il ruolo sempre più soffocante che lo Stato ha assunto nella vita economica e sociale. È lo Stato che ostacola in tutti i modi la crescita delle imprese, ora con la sua latitanza (giustizia, infrastrutture, energia), ora con la sua invadenza (adempimenti vessatori, imposte societarie altissime)».
Quest’analisi spiega il titolo del libro "Ostaggi dello Stato" curato da Luca Ricolfi, sociologo, docente di Analisi dei dati all’Università di Torino, editorialista della Stampa. Il libro raccoglie le analisi contenute nel Rapporto sul cambiamento sociale dell’Osservatorio del Nord Ovest, fondato dallo stesso Ricolfi. Un Rapporto in cui si mettono in luce i temi più importanti che sono ora al centro del dibattito elettorale. Dalla sicurezza all’inflazione, dai conti pubblici agli infortuni sul lavoro: analisi che non ripercorrono slogan e luoghi comuni, ma che cercano di entrare in profondità e senza pregiudizi ideologici sulla dimensione dei problemi italiani.
Pubblicato sul Sole-24 Ore il 6 marzo

Ne emerge un’indagine in cui prevalgono i toni grigi, in cui non solo i problemi emergono in tutta la loro gravità, ma in cui spicca soprattutto la profonda incapacità dimostrata negli ultimi anni dalla classe politica (di destra o di sinistra) nell’affrontare in maniera strutturale questi problemi. È una fotografia impietosa dello Stato delle inefficienze, dei ritardi, degli sprechi, associata alla disarmante analisi di come le politiche degli ultimi anni abbiano fatto compiere al Paese pericolosi passi indietro.
Due anni fa Ricolfi aveva passato al vaglio criticamente l’attuazione che era stata fatta dal Governo Berlusconi del programma e in particolare del contratto con gli italiani. Ora non mancano le critiche per quanto attuato dal Governo Prodi: «Non credo affatto – scrive Ricolfi – che Prodi abbia fatto troppo poco, bensì che abbia fatto le cose sbagliate, che abbia riportato all’indietro le lancette del cambiamento; potrei fare molti esempi cominciando dall’abbassamento dell’età della pensione (da 60 a 58 anni) per arrivare al contratto degli statali e alla stabilizzazione dei precari».
I problemi di fondo che emergono sono quelli di un Paese che non sa più trovare una strada per le riforme, in cui la classe politica non riesce più a riconoscere le priorità degli interventi e le esigenze della società. Con un punto fondamentale: quello di non saper riconoscere come l’esigenza essenziale sia quella di dare alle imprese la possibilità di crescere, produrre ricchezza, creare posti di lavoro, mantenere competitività a se stesse e all’intero sistema Paese.
È proprio per questo che Ricolfi non esita a parlare di declino riferendosi a un’Italia che si lascia sfuggire le occasioni di crescita, che perde quota sui mercati mondiali, che non sa affrontare i lacci che la continuano a bloccare come l’enormità del debito pubblico.
In questa prospettiva né la destra, né la sinistra hanno saputo dare la risposta giusta: avviare quel meccanismo virtuoso fatto di riduzione reale del peso fiscale e contributivo, di semplificazioni e liberalizzazioni, di vantaggi concreti alla crescita dimensionale. E l’impresa resta la vecchia mucca da mungere. «Il problema dei problemi, l’onnipresenza della politica e l’espansione senza fine dell’interposizione pubblica – conclude Ricolfi – difficilmente verrà affrontato alla radice".

  • Alfonso Lavanna |

    Il tema è molto complesso e meriterebbe ampie discussioni: a mio avviso il Bel Paese dovrebbe darsi un solo obbiettivo: l’aumento della produttività . Sarei ben lieto di portare esempi a supporto della mia tesi . Comincio con uno relativo alle imprese manifatturiere .
    Tra il 2002 ed il 2004 la crescita della produttività è stata inferiore agli altri Paesi . Se poniamo l’Italia a 100, la Francia è arrivata a 122 , la Germania a 132 , ed il Regno Unito a 140 .La causa principale di questa differenza viene addebitata alle piccolissime imprese (1-9 dip) che finiscono per avere un impatto rilevante su questa performance ; anche le grandi imprese (oltre i 250 dipendenti ) hanno una prestazione minore delle equivalenti europee , mentre la produttività è migliorata di più che negli altri Paesi (anche se di poco ) per le aziende con un numero di addetti tra 50 e 249 .
    Quanto e cosa bisognerebbe fare per questa parte della nostra economia – per la mia esperienza – è abbastanza chiaro ; anche in questo caso però bisogna convincere gli stessi soggetti (le imprese ) ed i loro rappresentanti (Confindustria in primis) a cambiare . E qui viene il punto …..

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